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Frammenti di Eraclito

Mentre sto scrivendo lo sguardo mi cade sullo scrittoio dove, tra le altre cose, sta un’edizione dei Ricordi di Marco Aurelio, uno dei libri che sto leggendo. Questa edizione porta in copertina una riproduzione del famoso ritratto in bronzo del filosofo, opera d'arte romana terzo secolo d.C., conservata il Museo del Louvre: tale ritratto ci è pervenuto solo in forma frammentaria, eppure conserva tutta la sua forza anzi, pare che da questa forma acquisti un’energia ancora più vivida. 
Sopra lo scrittoio sta anche l’edizione dei quaderni di Cioran dove ritrovo fissato il pensiero che mi sta attraversando: “Non è per il contenuto, ma per la forma che un’opera d’arte puzza di muffa. In poesia, il verso melodioso invecchia ed esaspera, e così in prosa tutto quello che è troppo ricercato, troppo ben scritto. Una certa profondità nell’incompiutezza mi sembra il contrassegno fondamentale del moderno”.  

Questa tematica del frammento ritorna sovente negli scritti di Cioran: egli sa bene che ritornare sulle medesime intuizioni è l’unico modo per approfondire una via spirituale – e questa intuizione confina, a volte, con una vera e propria ossessione che si rivela in altre note: “Devo tornare al frammento vero e proprio. La mia mente è fatta in modo tale da non poter costruire né andare oltre una serie di schizzi”.

Il culto del frammento, a ben considerare, nacque probabilmente nell’alveo del primo romanticismo con Novalis e Schlegel e crebbe sostanzialmente con Nietzsche, in cui il frammento diventa aforisma. Anche in Italia il culto del frammento conobbe la sua epoca aurea con la rivista La Voce, che privilegiava testi brevi per la loro intensa liricità – forse attingendo alla lezione magistrale dello Zibaldone di Giacomo Leopardi.

Mi pare che oggi regni una troppo disinvolta approssimazione fra aforisma e frammento che forse vale la pena di fugare, senza essere pedanti.

Aforisma viene dal greco aphorismós che significa letteralmente delimitazione: è una massima concisa che, anche quando si serva di un accento paradossale o provocatorio indica un principio filosofico, cerca di condensare una verità assoluta – risulta dunque chiuso e compiuto. Al contrario frammento viene dal latino frangere (spezzare): rimanda a una parte di un tutto più grande, sovente si tratta di un pensiero isolato o un'intuizione fulminea. Mi verrebbe da dire: per elezione il frammento non nasce per aderire a un sistema filosofico rigido, lascia delle lacune che spetta al lettore colmare.

Il frammento è un'espressione aperta.

Mi ricordo di aver letto anni fa Das Ganze im Fragment, letteralmente Il tutto nel frammento, l'importante opera antologica del teologo e filosofo svizzero Hans Urs von Balthasar, pubblicata originariamente nel 1963 e in Italia nel 1970. Von Balthasar è stato considerato uno dei precursori del Concilio Vaticano II anche se poi non vi fu invitato: i suoi interessi furono influenzati dai contatti con i gesuiti Erich Przywara, Jean Daniélou e Henri-Marie de Lubac (che fu il suo maestro e amava definirlo come il teologo più colto del XX secolo e lo introdusse alla lettura di Origene), le sue ricerche contribuirono al rinnovarsi dell’interesse verso la Patristica – si può affermare che è uno dei punti di riferimento della ricerca teologica contemporanea. Non posso certo scendere in un’analisi di questa opera e mi limiterò a rammentare uno dei suoi concetti essenziali: la storia umana non possiede in sé il proprio compimento finale, ma si presenta come un frammento, eppure in questo frammento storico si rende visibile l'Assoluto.
 
Di recente sono stato di nuovo ad Atene: durante la visita al museo nazionale di Atene, alla vista di tanti reperti della classicità, ho sviluppato però questa considerazione: la maggioranza delle opere ci sono giunte prive dei colori originali e mutile di varie parti eppure, o forse proprio per questo, esercitano un fascino speciale.

Forse non possiederebbero il medesimo fascino se fossero integre?

Questo mi fa pensare per analogia a I Lirici greci, la famosa silloge di traduzioni di versi di poeti classici greci pubblicata nel 1940 per le edizioni Corrente (memore forse delle esperienze della Voce) con un saggio critico di Luciano Anceschi. Quest’opera possiede una valenza poetica originale, destò polemiche fra coloro che disapprovarono la libertà delle traduzioni e quanti invece apprezzarono la modernità del linguaggio. Ricordo che anche il mio primo contatto con la poesia greca non avvenne tanto sui testi scolastici ma fu mediato proprio da questa traduzione. Così collegando questa mia esperienza alle riflessioni di Cioran ricordate all’inizio mi viene da chiedermi se questa profondità nell’incompiutezza non rappresenti davvero l’essenza della modernità.
 
Credo che, da quando iniziai lo studio della filosofia, Eraclito sia da sempre uno dei filosofi più amati. Nelle sue Lezioni sulla storia della filosofia di Hegel asserisce letteralmente: “In Eraclito incontriamo per la prima volta l'idea filosofica nella sua forma speculativa. Qui vediamo finalmente terra: non c'è proposizione di Eraclito che io non abbia accolta nella mia Logica”. Questo celeberrimo giudizio è sufficiente a rassicurare chiunque della fortuna critica e della modernità di Eraclito, filosofo apprezzato poi anche da Nietzsche e Cioran. Fu uno dei maggiori filosofi presocratici della Grecia antica, vissuto presumibilmente fra il 535 e il 475 a.C. Come tutti i filosofi presocratici i suoi scritti non ci sono pervenuti e il suo pensiero ci è noto grazie a Die Fragmente der Vorsokratiker (letteralmente I frammenti dei Presocratici): questa opera, che rimane a oggi filologicamente insuperata, fu concepita come la raccolta definitiva dei testi in lingua greca antica redatti da coloro che praticarono la filosofia prima dell'avvento di Socrate, detti per l'appunto presocratici dal filosofo tedesco Johann Augustus Eberhard. Questo lavoro presenta le testimonianze frammentarie e indirette sulla vita, sul pensiero e sulla dottrina dei filosofi e, laddove esistenti, di frammenti dell'autore pervenuti mediante la citazione letterale e diretta effettuata da studiosi che disponevano del testo originale: tale opera viene citata prevalentemente come Diels-Kranz e abbreviata in DK.

Come per l’arte in nostro possesso anche tutta la filosofia, prima di Platone, il solo filosofo antico del quale abbiamo quasi integralmente le opere, ci è conosciuta mediante lacerti e citazioni di carattere frammentario; tuttavia, questo è il punto che mi preme sottolineare, il caso di Eraclito è diverso dagli altri.

I filosofi ionici scrissero opere probabilmente intorno alla Natura, Pitagora forse si limitò all’insegnamento orale, Parmenide compose un poema, come pure Empedocle: tradizionalmente anche Eraclito avrebbe scritto sulla Natura, ma la denominazione non è certa e, di recente, è stata proposto un titolo diverso, sull’Origine.

Aristotele, che poté leggere il filosofo nell’opera originale, definì Eraclito skoteinós (oscuro) per via del suo stile oracolare, aforistico e addirittura contraddittorio: in particolare nella Metafisica, Aristotele critica direttamente Eraclito per aver violato il principio di non contraddizione. Ovviamente anche le filosofie sono soggette alle mode dei tempi: profeta della logica formale, Aristotele poté criticare Eraclito, mentre già Hegel, profeta della dialettica, era libero di pensarla all’opposto.

Ma, di fatto, lo stile frammentario e criptico è caratteristico di Eraclito di Efeso e questo dato mi permette di affermare la mia personale proposta ermeneutica: per comprendere Eraclito occorre partire e ri-partire dal frammento, che è insieme destino e scelta.

Destino, giacché è nella forma frammentaria sigillata dalla tradizione che il libro ci è stato conservato, solo grazie a citazioni, situazione che però condivide con tutta la filosofia antica prima di Platone. Ma in lui tale destino non corrisponde forse a una vocazione, divenuta scelta consapevole, dal momento che il filosofo stesso si espresse in modo oscuro, ellittico e tangenziale, in cui volentieri afferma e nega la medesima proposizione?

Presentare questo filosofo per linee essenziali risulterebbe, di fatto, arduo: in pratica ogni studioso di Eraclito non fa che inventare un proprio ordine personale nella presentazione e traduzione dei frammenti rimastici. Questa situazione non è affatto comune negli ambiti della filosofia, in cui risulta almeno possibile ordinare il pensiero di un autore in base ai periodi della sua attività concettuale; a mio giudizio, essa è condivisa solo con Pascal. Sebbene disponiamo di quello che Pascal scrisse, questo filosofo morì prima di aver dato un ordine alla sua Apologia del Cristianesimo (tale era probabilmente il titolo che avrebbe scelto) e così ogni curatore è quasi obbligato anche a proporre un ordine logico per salvare questa opera dal suo carattere frammentario.

Ma, almeno a me, e non credo di essere il solo, queste due opere piacciono proprio così come sono: talora, devo confessarlo, mi piace aprire a caso un libro qualsiasi della mia libreria, e iniziare a pensare da quel punto.

Nel caso di Eraclito mi sento esentato da ogni altra preoccupazione schematica e filologica: certo, sono informato dello stato delle cose e delle varie teorie interpretative ma, appunto, preferisco non farci troppo caso e ascoltare dal vivo il suo λόγος. Esso è ben vivo e riesce a parlarmi ancora ora, proprio ora – ciò che potrebbe sembrare un limite strutturale, la mancanza di informazioni precise, finisce per apparire ai miei occhi di filosofo una ricchezza. Eraclito è davvero inesauribile.

Arrivo a comprendere che forse è necessariamente così per ogni autore, per ogni testo che veramente ci è destinato: cresce di intensità a ogni lettura attenta. Ma non tutti i testi ci sono davvero destinati: sono contento che a me sia stato dato Eraclito.

Così ho continuato a leggere e compulsare edizioni delle sue opere nel corso di anni, finché ero quasi arrivato a un punto morto e ho avuto l’illuminazione corretta: perché non accingermi a illustrare i frammenti di Eraclito? L’espressione mi è suonata subito sospetta ma insieme una sfida: come trasformare il λόγος in εἶδος? In verità il pensare dell’efesino vive e si alimenta di polarità: quella essenziale di λόγος/ψυχή rimanda ad altre polarità, per esempio, quella tra Apollo/Dioniso, misura/dismisura, Occidente/Oriente – ma si tratta di polarità/paradossi che permangono tali, senza l’attrito e la risoluzione di una mediazione dialettica, come pretendeva Hegel.

Credo che piuttosto Eraclito sia stato, agli albori del pensiero occidentale, il profeta di un monismo essenziale – un modo diverso di affermare il Medesimo, esattamente come in Parmenide che, nelle approssimative ricostruzioni storiciste viene invece presentato come opposto a lui. E insieme si può affermare che c’è in Eraclito il Movimento, non tanto come il divenire astratto presentato nei manuali scolastici, ma come energia concreta trascendente, nel medesimo istante, prossima alle intuizioni di Chuang-Tzu, energia che assume molteplici forme e si trasforma di continuo, appare in ogni momento nel visibile e rimane nell’al di là trascendente.  

Ma devo arrestarmi qui: parlare oltre di Eraclito significa necessariamente finire col proporre una risoluzione interpretativa dei testi in nostro possesso, sostituire la propria visione alla sua illuminazione. Eppure, al di là di ogni difficoltà ermeneutica, è proprio questa natura cangiante e mutila a risvegliare in noi il pensare, il piacere/dovere di rappresentare qualcosa: prima ancora di cercare di interpretare, il testo di invita/obbliga a provare a farci coautori di un testo, accanto a Eraclito, a colmare gli spazi vuoti. Che sono abissi incolmabili forse, come già furono per lui, sono adesso per noi – tuttavia è proprio questa qualità di abisso, di vertigine ad attrarci non tanto dentro il pensiero di Eraclito, ma dentro il Pensare stesso. Qui l’intervento del disegno mi pare provvidenziale: il mio sforzo di arrivare a una intenzione concettuale, a esprimere quello che significa per me il dire eracliteo, non porta a nessun contenuto verbale, inevitabilmente limitato, a un questo piuttosto che a un quello, ma si apre solo al puro regno eidetico, come avrebbe desiderato Husserl. Da qui, se lo desidera, deve ripartire il lettore, dalla Soglia del non ancora detto, fino all’illimitato del dicibile – e oltre. 

​(Sergio Gandini)
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