Letture
Bagliori tardivi
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Una delle poesie che più amo è questa di Adam Zagajewski, della quale riporto due passaggi:
La sera, ai confini della città, dopo un giorno intero di vuoto, iniziano all’improvviso feste tardive e il sanscrito del crepuscolo parla nella lingua rovente della gioia. …Arde la carta di fugaci segreti; le confidenze del cielo che si spegne sommesso non si lasciano annotare o ricordare… |
Come artista sono portato naturalmente a cercare queste confidenze del cielo proprio in alcuni dipinti e questo mi permette di ritornare a Savoldo, pittore al quale avevo già dedicato un piccolo saggio in questi contributi a Meditatio; non posso non rilevare che tardivo è anche il mio amore per questo pittore, come d’altronde quello per Tiziano. Da giovane prediligevo altri artisti: Piero della Francesca il primo di tutti, il mistero che emana dai suoi affreschi è rimasto per me intatto lungo tutta la mia vita. Vennero anche Vermeer e Seurat – e dopo Turner Klee Pisanello Ensor. Non potrei neanche nominare tutti i miei successivi innamoramenti senza tediare il mio lettore, ma rifletto su come tardi sono arrivato a comprendere e a stimare la bellezza di altri: c’è qualcosa nel modo di questi pittori che esige uno sguardo maturo, oppure è solo legato alla mia storia personale di contemplatore di opere d’arte? Forse che il mistero di Piero può rivelarsi facilmente? Eppure l’ho sentito dal primo istante, mentre Tiziano mi restava impenetrabile; altri, come appunto Savoldo, davvero sottovalutato fino a pochi anni fa, mi si sono rivelati d’improvviso con una evidenza speciale. Sono proprio queste le feste tardive cui accenna la poesia per quei particolari amanti dell’arte che siamo?
L’occasione per questo mio ritorno a Savoldo mi è offerta da una visita recente alle collezioni dei Musei Reali di Torino: dovevo recarmi a Torino per diversi motivi e ho scelto di riservarmi il tempo per visitare queste collezioni. Questo complesso museale è stato instituito di recente, nel 2014, grazie alla Riforma Franceschini e raggruppa istituti fino ad allora autonomi per gestione: il Palazzo Reale, l’Armeria Reale, la Biblioteca Reale, la Galleria Sabauda, il Museo di Antichità e i Giardini Reali. Attualmente i Musei Reali offrono un complesso e ricco itinerario storico e artistico e naturale, formatosi progressivamente con le vicende della famiglia dei Savoia e ingloba reperti ben più antichi.
Nella Galleria Sabauda è ora allestita anche un’esposizione temporanea, dal 30 maggio al 15 settembre 2026, chiamata La luce del vero prima di Caravaggio: Lotto e Savoldo. Non posso che sollecitare il lettore a visitare questa mostra, che propone un approfondito confronto tra due protagonisti del primo Cinquecento veneto e lombardo: Lorenzo Lotto (1480-1557) e Giovanni Girolamo Savoldo (1480/1485circa-post 1548). Così almeno recita l’ambizioso comunicato stampa ma, in verità, sono presenti due opere di Savoldo, che già si trovavano nei Musei Reali, e una tela di Lotto, proveniente dall’Accademia Carrara di Bergamo che ben conosco. Sono così portato a interrogarmi su questa moda che ormai si è consolidata, quella di proporre all’interno dei musei piccole esposizioni temporanee, talora anche un solo quadro, proveniente da altre sedi museali: come in ogni cosa non è bene esprimere un giudizio generale, in qualche caso si tratta di operazioni improvvisate, in altri possono avere senso, soprattutto se le opere introdotte riescono davvero a dialogare con quelle già presenti. Ma a prescindere da questa considerazione, ciò che mi sembra sempre positivo è questa scelta di isolare un’opera e, quasi, se mi passate il termine, di costringere il visitatore almeno a guardare: quando si visita un museo infatti, dopo un poco, la nostra attenzione inizia inevitabilmente a scemare, si entra in un loop e le opere si susseguono in modalità assonnata. Visitare realmente un museo, non solo nei casi più eclatanti, come il Louvre o perfino Brera, ma anche in quelli più ridotti, è pressoché impossibile: sarebbe più produttivo avere la possibilità di entrare liberamente in un museo, limitarsi a guardare due o tre sale, pochi quadri che magari si conoscono già, che già hanno significato per noi e intorno ai quali disponiamo dei riferimenti necessari – solo allora si può smettere di guardare nella modalità rapace e magari iniziare a vedere.
Devo anche confessare che non sono d’accordo, in questo caso, con la tesi interpretativa che motiva questa mostra e che si propone di indagare le radici di quella luce del vero che anticipa la rivoluzione caravaggesca. Questa tesi è avvalorata dall’indiscutibile riferimento a Roberto Longhi, uno dei maggiori studiosi di Caravaggio, che nella celebre monografia del 1952 individuò in Lotto e Savoldo alcuni dei più significativi precursori del maestro lombardo: anzi la seconda sala della mostra è dedicata alla figura di Giovan Battista Cavalcaselle (1819-1897), un pioniere della disciplina della storia dell’arte. Fu costretto all’esilio per aver partecipato ai moti rivoluzionari del 1848 e dal1850 risiedette a Londra, dove divenne uno dei più importanti esperti d’arte del suo tempo, finché, dopo l’Unità d’Italia, poté diventò ispettore a Firenze e poi a Roma, dedicandosi alla tutela del patrimonio artistico italiano.
Il comunicato stampa prosegue sostenendo che Lotto e Savoldo, uniti da una comune sensibilità verso la cultura figurativa nordica, evidente nell’attenzione alla luce, al dato naturale e alla resa psicologica dei personaggi, sviluppano una pittura capace di coniugare intensa partecipazione emotiva e rigorosa osservazione del reale. Nei loro dipinti, il chiaroscuro assume una forte valenza espressiva, mentre la natura si anima di vibrazioni atmosferiche e interiori. In verità Longhi parlava letteralmente di una umanità più accostante e un colorito più vero ed attento e, molto in generale, mi pare corretto riferire questi termini anche alla pittura giovanile di Caravaggio.
Io però mi fermerei qui. Diffido troppo di questa moda di rinvenire sempre nuove influenze e scovare nuovi profeti, giacché complesso e polisemico è il mondo interiore e l’universo rappresentativo di ogni singolo pittore. Di questo dipinto di Lotto esistono in realtà tre versioni successive e sarebbe stato veramente interessante poterle vedere insieme tutte e tre per svolgere un discorso significativo; di contro, mentre osservo a fondo questo dipinto di Lotto, che personalmente non considero tra le sue opere salienti, mi appare che una grande distanza lo separi dalle ricerche di Savoldo.
Ritorno allora ai due quadri di Savoldo già presenti ai Musei Reali: la spiegazione del comunicato stampa insiste su due tesi interpretative, per l’Adorazione dei pastori, sottolinea la ricchezza cromatica e i bagliori dorati della tradizione veneziana, accanto a una costruzione luministica più concreta e analitica, legata alla cultura lombarda; mentre L’Adorazione del Bambino tra san Girolamo e san Francesco d’Assisi si concentra sul gesto di san Girolamo che alza il velo e mostra il Bambino, tale gesto, a suo avviso, invita chi guarda il quadro a una partecipazione consapevole al mistero della Rivelazione e prefigura al tempo stesso il destino della Passione di Cristo. Finisce poi sottolineando come col suo linguaggio costruito su sottili passaggi di luce e ombra, Savoldo interpreta le esigenze di una spiritualità sempre più intima, concreta e partecipata. Davvero mi paiono alla fine formule generiche che affermano tutto e non dicono nulla per farci comprendere la visione di un artista. Come dicevo prima, il mondo interiore di ogni singolo pittore meriterebbe di essere indagato in sé, senza troppe costruzioni teoretiche, e con occhi nuovi.
Poniamoci dunque di fronte a questa Adorazione dei pastori. Il dato da cui partire è rilevare che si tratta di uno dei temi sacri più celebrati e replicati dall’artista: di esso possediamo almeno cinque versioni diverse, infatti in Savoldo certi temi ritornano, ma non nel senso che questo ci autorizzi a ipotizzare una presunta evoluzione nella sua pittura ma, personalmente, vi leggerei scelte legate ai momenti spirituali salienti attraversati dall’artista stesso.
Ogni rappresentazione pittorica è sostanziata di due elementi: forma e colore. La versione della National Gallery of Art di Washington è stata dipinta intorno al 1530: questa versione su tavola offre un’inquadratura molto ravvicinata, si accentra sulle figure a mezza altezza e propone una visione intima. È una delle visioni forse più potenti di Savoldo: la rivoluzione caravaggesca evocata dal Longhi qui è già compiuta con un anticipo di almeno settant’anni, ma con una curvatura differente – tutta la luce del quadro emana direttamente dal corpo del Bambino e si tratta di una luce prettamente metafisica: non è forse il Cristo a portare la Luce nel mondo? Appunto è Luce metafisica: non è un effetto dovuto agli esperimenti di illuminazione fatti da Caravaggio e neppure della notte come contrasto ombra/luce esasperato dal Barocco.
La versione custodita alla Pinacoteca Tosio Martinengo di Brescia si trovava originalmente nella chiesa di San Giobbe a Venezia ed è certamente la più tarda: Maria e San Giuseppe sono in primo piano raccolti attorno al Bambino, adagiato in una mangiatoia di vimini, è forse la scelta più vicina alla tradizione, ed è significativo notare che Savoldo non parte da questa rappresentazione, per così dire tradizionale, ma vi arriva. Centro di luce del quadro è sempre il Bambino, ma la scena è impreziosita da una singolarissima apertura architettonica sullo sfondo, dalla quale si affacciano i pastori illuminati da una luce naturale e crepuscolare. Se ci limitiamo a confrontare queste tre versioni, quella che abbiamo di fronte ci può sembrare la meno dirompente, ma non certo la più ovvia; potrebbe farci propendere per accettare una datazione giovanile (intorno al 1522), eppure, come ho già detto, posso tranquillamente accettare queste datazioni senza sentirmi obbligato a dedurne una maturazione stilistica.
Al contrario invito il lettore a vedere gli elementi di indubbia bellezza qui presenti. Questo gigantesco tronco in primo piano è davvero stupefacente: nessuna capanna offre riparo al bambino, ma un elemento naturale che sprigiona da sé una immensa carica spirituale. L’effetto visivo è certo quello di una grande oscurità, che potrebbe evocare in noi le ambientazioni di Caravaggio giacché almeno metà del tronco è semplicemente buio e il buio è ripetuto nelle masse di alberi a sinistra, eppure il buio ha qui un’origine del tutto naturale, né teologica né spirituale. Di certo è questa semioscurità che permette di creare sui panneggi dei vestiti degli effetti stupendi, cangianti. Già il Venturi (nel 1928) sottolineava il trattamento denso e ricco del colore nelle stoffe: per me questo è un segno che Savoldo ha già avuto modo di osservare le opere dei veneziani. Questi tessuti sono trattati con una finezza di visione rara, sono presenze dotate di vita propria.
Penso a Giorgione. Così il pensiero va a Le Tre età dell'uomo, il dipinto a olio su tavola di Giorgione, databile forse al 1500-1501 e custodito nella Galleria Palatina a Firenze: osservo meglio le tre figure maschili presenti nel quadro, la ricchezza delle vesti non permette tanto di pensare a pastori, è solo un anacronismo, una licenza pittorica di Savoldo? Più osservo più si impone in me questa idea e mi sembra evidente che quei tre personaggi siano una persona sola colta in tre differenti momenti della sua esistenza: una rilettura particolarissima delle tre età della vita dell’uomo.
Poi si formula in me la domanda: ma che istante del giorno è? Invero potrebbe essere l’aurora quanto il crepuscolo: nessun elemento del quadro ci permette di decidere in un senso oppure nell’altro, sono stupefatto di ammirazione per la capacità di Savoldo di creare questa atmosfera polisemica, questa visione unica e rarefatta, in cui quella macchia luminosa in alto a destra potrebbe essere tanto dovuta al chiarore lunare quanto ai residui di quello solare. Questa illuminazione non può essere assolutamente definita naturalistica: i panneggi dei personaggi vivono di luce propria, dal corpo del Bambino non emana un chiarore particolare e rimane evidente l’enigma dell’istante del giorno. Non vediamo qui nubi infocate che si impongono sulla scena come in altre rappresentazione di tramonti, tutta la scena rivela un sapore intimo e raccolto, una sovrannaturale armonia.
Allora mi sento chiamato a scegliere – come mai porre in un tramonto l’evento essenziale della nascita, di quel Bambino che è pegno di eternità? Come non essere interrogati da questo paradosso tra bagliori tardivi, estremi lucori del giorno che si avvia inesorabilmente all’oscurità della notte, e l’annuncio della autentica Rinascita che redime tutta l’umanità? Questo quadro evoca per me davvero la lingua rovente della gioia, di una promessa che non si lascia né spiegare né annotare.
(Sergio Gandini)
L’occasione per questo mio ritorno a Savoldo mi è offerta da una visita recente alle collezioni dei Musei Reali di Torino: dovevo recarmi a Torino per diversi motivi e ho scelto di riservarmi il tempo per visitare queste collezioni. Questo complesso museale è stato instituito di recente, nel 2014, grazie alla Riforma Franceschini e raggruppa istituti fino ad allora autonomi per gestione: il Palazzo Reale, l’Armeria Reale, la Biblioteca Reale, la Galleria Sabauda, il Museo di Antichità e i Giardini Reali. Attualmente i Musei Reali offrono un complesso e ricco itinerario storico e artistico e naturale, formatosi progressivamente con le vicende della famiglia dei Savoia e ingloba reperti ben più antichi.
Nella Galleria Sabauda è ora allestita anche un’esposizione temporanea, dal 30 maggio al 15 settembre 2026, chiamata La luce del vero prima di Caravaggio: Lotto e Savoldo. Non posso che sollecitare il lettore a visitare questa mostra, che propone un approfondito confronto tra due protagonisti del primo Cinquecento veneto e lombardo: Lorenzo Lotto (1480-1557) e Giovanni Girolamo Savoldo (1480/1485circa-post 1548). Così almeno recita l’ambizioso comunicato stampa ma, in verità, sono presenti due opere di Savoldo, che già si trovavano nei Musei Reali, e una tela di Lotto, proveniente dall’Accademia Carrara di Bergamo che ben conosco. Sono così portato a interrogarmi su questa moda che ormai si è consolidata, quella di proporre all’interno dei musei piccole esposizioni temporanee, talora anche un solo quadro, proveniente da altre sedi museali: come in ogni cosa non è bene esprimere un giudizio generale, in qualche caso si tratta di operazioni improvvisate, in altri possono avere senso, soprattutto se le opere introdotte riescono davvero a dialogare con quelle già presenti. Ma a prescindere da questa considerazione, ciò che mi sembra sempre positivo è questa scelta di isolare un’opera e, quasi, se mi passate il termine, di costringere il visitatore almeno a guardare: quando si visita un museo infatti, dopo un poco, la nostra attenzione inizia inevitabilmente a scemare, si entra in un loop e le opere si susseguono in modalità assonnata. Visitare realmente un museo, non solo nei casi più eclatanti, come il Louvre o perfino Brera, ma anche in quelli più ridotti, è pressoché impossibile: sarebbe più produttivo avere la possibilità di entrare liberamente in un museo, limitarsi a guardare due o tre sale, pochi quadri che magari si conoscono già, che già hanno significato per noi e intorno ai quali disponiamo dei riferimenti necessari – solo allora si può smettere di guardare nella modalità rapace e magari iniziare a vedere.
Devo anche confessare che non sono d’accordo, in questo caso, con la tesi interpretativa che motiva questa mostra e che si propone di indagare le radici di quella luce del vero che anticipa la rivoluzione caravaggesca. Questa tesi è avvalorata dall’indiscutibile riferimento a Roberto Longhi, uno dei maggiori studiosi di Caravaggio, che nella celebre monografia del 1952 individuò in Lotto e Savoldo alcuni dei più significativi precursori del maestro lombardo: anzi la seconda sala della mostra è dedicata alla figura di Giovan Battista Cavalcaselle (1819-1897), un pioniere della disciplina della storia dell’arte. Fu costretto all’esilio per aver partecipato ai moti rivoluzionari del 1848 e dal1850 risiedette a Londra, dove divenne uno dei più importanti esperti d’arte del suo tempo, finché, dopo l’Unità d’Italia, poté diventò ispettore a Firenze e poi a Roma, dedicandosi alla tutela del patrimonio artistico italiano.
Il comunicato stampa prosegue sostenendo che Lotto e Savoldo, uniti da una comune sensibilità verso la cultura figurativa nordica, evidente nell’attenzione alla luce, al dato naturale e alla resa psicologica dei personaggi, sviluppano una pittura capace di coniugare intensa partecipazione emotiva e rigorosa osservazione del reale. Nei loro dipinti, il chiaroscuro assume una forte valenza espressiva, mentre la natura si anima di vibrazioni atmosferiche e interiori. In verità Longhi parlava letteralmente di una umanità più accostante e un colorito più vero ed attento e, molto in generale, mi pare corretto riferire questi termini anche alla pittura giovanile di Caravaggio.
Io però mi fermerei qui. Diffido troppo di questa moda di rinvenire sempre nuove influenze e scovare nuovi profeti, giacché complesso e polisemico è il mondo interiore e l’universo rappresentativo di ogni singolo pittore. Di questo dipinto di Lotto esistono in realtà tre versioni successive e sarebbe stato veramente interessante poterle vedere insieme tutte e tre per svolgere un discorso significativo; di contro, mentre osservo a fondo questo dipinto di Lotto, che personalmente non considero tra le sue opere salienti, mi appare che una grande distanza lo separi dalle ricerche di Savoldo.
Ritorno allora ai due quadri di Savoldo già presenti ai Musei Reali: la spiegazione del comunicato stampa insiste su due tesi interpretative, per l’Adorazione dei pastori, sottolinea la ricchezza cromatica e i bagliori dorati della tradizione veneziana, accanto a una costruzione luministica più concreta e analitica, legata alla cultura lombarda; mentre L’Adorazione del Bambino tra san Girolamo e san Francesco d’Assisi si concentra sul gesto di san Girolamo che alza il velo e mostra il Bambino, tale gesto, a suo avviso, invita chi guarda il quadro a una partecipazione consapevole al mistero della Rivelazione e prefigura al tempo stesso il destino della Passione di Cristo. Finisce poi sottolineando come col suo linguaggio costruito su sottili passaggi di luce e ombra, Savoldo interpreta le esigenze di una spiritualità sempre più intima, concreta e partecipata. Davvero mi paiono alla fine formule generiche che affermano tutto e non dicono nulla per farci comprendere la visione di un artista. Come dicevo prima, il mondo interiore di ogni singolo pittore meriterebbe di essere indagato in sé, senza troppe costruzioni teoretiche, e con occhi nuovi.
Poniamoci dunque di fronte a questa Adorazione dei pastori. Il dato da cui partire è rilevare che si tratta di uno dei temi sacri più celebrati e replicati dall’artista: di esso possediamo almeno cinque versioni diverse, infatti in Savoldo certi temi ritornano, ma non nel senso che questo ci autorizzi a ipotizzare una presunta evoluzione nella sua pittura ma, personalmente, vi leggerei scelte legate ai momenti spirituali salienti attraversati dall’artista stesso.
Ogni rappresentazione pittorica è sostanziata di due elementi: forma e colore. La versione della National Gallery of Art di Washington è stata dipinta intorno al 1530: questa versione su tavola offre un’inquadratura molto ravvicinata, si accentra sulle figure a mezza altezza e propone una visione intima. È una delle visioni forse più potenti di Savoldo: la rivoluzione caravaggesca evocata dal Longhi qui è già compiuta con un anticipo di almeno settant’anni, ma con una curvatura differente – tutta la luce del quadro emana direttamente dal corpo del Bambino e si tratta di una luce prettamente metafisica: non è forse il Cristo a portare la Luce nel mondo? Appunto è Luce metafisica: non è un effetto dovuto agli esperimenti di illuminazione fatti da Caravaggio e neppure della notte come contrasto ombra/luce esasperato dal Barocco.
La versione custodita alla Pinacoteca Tosio Martinengo di Brescia si trovava originalmente nella chiesa di San Giobbe a Venezia ed è certamente la più tarda: Maria e San Giuseppe sono in primo piano raccolti attorno al Bambino, adagiato in una mangiatoia di vimini, è forse la scelta più vicina alla tradizione, ed è significativo notare che Savoldo non parte da questa rappresentazione, per così dire tradizionale, ma vi arriva. Centro di luce del quadro è sempre il Bambino, ma la scena è impreziosita da una singolarissima apertura architettonica sullo sfondo, dalla quale si affacciano i pastori illuminati da una luce naturale e crepuscolare. Se ci limitiamo a confrontare queste tre versioni, quella che abbiamo di fronte ci può sembrare la meno dirompente, ma non certo la più ovvia; potrebbe farci propendere per accettare una datazione giovanile (intorno al 1522), eppure, come ho già detto, posso tranquillamente accettare queste datazioni senza sentirmi obbligato a dedurne una maturazione stilistica.
Al contrario invito il lettore a vedere gli elementi di indubbia bellezza qui presenti. Questo gigantesco tronco in primo piano è davvero stupefacente: nessuna capanna offre riparo al bambino, ma un elemento naturale che sprigiona da sé una immensa carica spirituale. L’effetto visivo è certo quello di una grande oscurità, che potrebbe evocare in noi le ambientazioni di Caravaggio giacché almeno metà del tronco è semplicemente buio e il buio è ripetuto nelle masse di alberi a sinistra, eppure il buio ha qui un’origine del tutto naturale, né teologica né spirituale. Di certo è questa semioscurità che permette di creare sui panneggi dei vestiti degli effetti stupendi, cangianti. Già il Venturi (nel 1928) sottolineava il trattamento denso e ricco del colore nelle stoffe: per me questo è un segno che Savoldo ha già avuto modo di osservare le opere dei veneziani. Questi tessuti sono trattati con una finezza di visione rara, sono presenze dotate di vita propria.
Penso a Giorgione. Così il pensiero va a Le Tre età dell'uomo, il dipinto a olio su tavola di Giorgione, databile forse al 1500-1501 e custodito nella Galleria Palatina a Firenze: osservo meglio le tre figure maschili presenti nel quadro, la ricchezza delle vesti non permette tanto di pensare a pastori, è solo un anacronismo, una licenza pittorica di Savoldo? Più osservo più si impone in me questa idea e mi sembra evidente che quei tre personaggi siano una persona sola colta in tre differenti momenti della sua esistenza: una rilettura particolarissima delle tre età della vita dell’uomo.
Poi si formula in me la domanda: ma che istante del giorno è? Invero potrebbe essere l’aurora quanto il crepuscolo: nessun elemento del quadro ci permette di decidere in un senso oppure nell’altro, sono stupefatto di ammirazione per la capacità di Savoldo di creare questa atmosfera polisemica, questa visione unica e rarefatta, in cui quella macchia luminosa in alto a destra potrebbe essere tanto dovuta al chiarore lunare quanto ai residui di quello solare. Questa illuminazione non può essere assolutamente definita naturalistica: i panneggi dei personaggi vivono di luce propria, dal corpo del Bambino non emana un chiarore particolare e rimane evidente l’enigma dell’istante del giorno. Non vediamo qui nubi infocate che si impongono sulla scena come in altre rappresentazione di tramonti, tutta la scena rivela un sapore intimo e raccolto, una sovrannaturale armonia.
Allora mi sento chiamato a scegliere – come mai porre in un tramonto l’evento essenziale della nascita, di quel Bambino che è pegno di eternità? Come non essere interrogati da questo paradosso tra bagliori tardivi, estremi lucori del giorno che si avvia inesorabilmente all’oscurità della notte, e l’annuncio della autentica Rinascita che redime tutta l’umanità? Questo quadro evoca per me davvero la lingua rovente della gioia, di una promessa che non si lascia né spiegare né annotare.
(Sergio Gandini)