Letture
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Le dodici apostole dell’Amore
L’amico Maciej Bielawski nel corso delle sue lezioni su Platonismo e Cristianesimo ci sta offrendo svariati punti di riflessione, tra i quali intendo sottolinearne uno: “tutto il Cristianesimo è codificato in greco”. In un certo senso questa affermazione sembra fare eco alla mia che asseriva come, se Platone non ha certo inventato la filosofia, è il creatore del termine stesso di filosofia.
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In tempo natalizio la Fondazione Costruiamo il Futuro - con Intesa Sanpaolo e Gallerie d’Italia – ha proseguito per il terzo anno consecutivo il progetto di diffusione di arte e cultura nel territorio della Brianza portando dal 17 ottobre 2025 fino al 9 dicembre, a Villa Cusani Confalonieri, nel comune di Carate Brianza (MB), l’opera di Tiziano Vecellio “Venere che benda Amore”, in prestito dalla Galleria Borghese di Roma, dopo aver presentato dei precedenti anni La Madonna del Latte di Marco d'Oggiono (2023) e il Narciso di Caravaggio (2024).
Prima di accedere ai locali della mostra, per ingannare gli inevitabili tempi di attesa, alcuni pannelli presentano ovviamente l’opera di Tiziano: tra questi però un altro ci spiega i dodici termini utilizzati dal greco antico per definire l’amore e i significati loro associati. Niente di nuovo in realtà, eppure sono sicuro che pochi oggi li conoscano: sono queste parole le dodici apostole dell’amore evocate dal titolo del mio saggio.
Presento subito questo elenco: Eros (έρως), Philia (φιλία), Agape (ἀγάπη): Storge (στοργή), Anteros (αντέρως), Himeros (ἵμερος), Pothos (Πόθος), Philautia (φιλαυτία), Pragma (πρᾶγμα), Mania (μανία), Charis (χάρις), Thelema (θέλημα) – e potrei persino fermarmi. Nella filosofia greca ἔλεγχος era addirittura il primo momento della ricerca socratica; più tardi l’elenco è diventato un procedimento tipico della poesia a cominciare dai suggestivi elenchi di Lucrezio fino a quelli di Prévert. Di fronte all’elenco l’interlocutore può restare sbigottito, interdetto, spaesato: potrebbe avere la tentazione di prolungarlo oppure non avere più niente da obbiettare, perché sembra che tutto sia già stato detto. Ma soprattutto l’elenco deve stimolarci alla riflessione personale: davvero quei termini bastano a esaurire la complessità dei fenomeni reali? Li comprendiamo, li condividiamo, ci viene da aggiungerne altri?
Così è opportuno passare dal semplice elenco a una caratterizzazione minima dei significati associabili a quei termini: Eros indica l’intenso desiderio passionale e sessuale; Anteros il sentimento corrisposto presente quando c’è reciprocità; Himeros il semplice stimolo fisico e impulsivo che esige un appagamento immediato; Pothos la nostalgia struggente, fino all’infatuazione per qualcosa che si brama senza averlo mai incontrato; Mania un’attrazione folle e ossessiva, che porta sovente a comportamenti estremi e irrazionali; Agape una tendenza disinteressata e incondizionata, spirituale e universale; Philia un’unione fatta di stima e fiducia, come quella tra esiste fra amici; Philautia il sentimento rivolto a se stessi che può andare dal narcisismo alla positiva autostima; Thelema la propria inclinazione personale, il piacere di fare qualcosa, non è necessariamente rivolto a una persona ma può riferirsi anche al proprio lavoro; Storge il legame naturale e familiare, come quello tra genitori e figli; Pragma il sentimento maturo, stabile e duraturo, che si sviluppa nel tempo con dedizione e pazienza; Charis la relazione idilliaca e equilibrata, basata sulla gioia e sull'armonia reciproca a livello spirituale e fisico.
Nei pannelli della mostra ciascuno di questi termini viene anche illustrato dalla citazione di un autore rappresentativo (per esempio Agape è riferita a San Paolo) ma io preferisco fermarmi qui, consapevole che aggiungere termini descrittivi o denotativi potrebbe influenzare il lettore, guidarlo nelle sue eventuali scelte, mentre io preferisco rimanere a questa semplice potenza evocativa della parola, che poi ognuno dovrà riferire ai propri personali vissuti.
Purtroppo la cornice espositiva non sviluppa queste suggestioni e il video introduttivo intende soprattutto collocare l’opera di Tiziano nel suo contesto storico: si comprende allora come Tiziano, morto quasi novantenne, dovesse assistere al progressivo declino di Venezia, in quanto la città era agli inizi del secolo centro delle rotte commerciali e quindi culturali, mentre nella seconda parte del millecinquecento iniziava un progressivo spostamento verso i Paesi Bassi, e la penisola iberica, e quindi, per Venezia stessa, una lenta ma irreversibile decadenza.
I pannelli esplicativi sottolineano un altro dato significativo: poiché il corpus dell’opera pittorica di Tiziano è disperso nei musei di tutto il mondo, possiamo essere felici che a Venezia sia possibile ammirare ancora oggi la stupenda l’Assunta (690×360 cm) nella Basilica di Santa Maria Gloriosa dei Frari e la sublime Pietà (389×351 cm) rimasta incompiuta e conservata alle Gallerie dell'Accademia: due opere monumentali che mi colmano di stupore ogni volta che torno a Venezia e posso contemplarle – ma la maggior parte delle altre opere più famose è ormai dispersa nei musei e, tuttavia, passando nelle tante chiese veneziane può accedere di imbattersi in qualche dipinto considerato minore ma di grande bellezza.
Seguendo il corso di queste riflessioni non posso fare a meno di pensare che sarebbe stato bello che fosse stata portata qui anche la Venere cosiddetta di Urbino, che oggi è conservata agli Uffizi: il quadro però mi è talmente familiare che mi sforzo di evocarlo nella mia memoria. D’altronde questa tela è considerata come uno dei più grandi capolavori della storia della pittura, e sicuramente ha influenzato tanti pittori successivi nel modellare i canoni della rappresentazione del nudo femminile: mi basta ora ricordare alcuni capolavori come La grande odalisca di Ingres, La maja desnuda di Goya e l'Olympia di Manet.
Ma la verità è che nessun capolavoro nasce come fiore nel deserto, è reso possibile solo dall’inserirsi nel solco della tradizione: forse non tutti sanno però che la Venere di Tiziano (1538) non sarebbe stata possibile senza la Venere dormiente di Giorgione (1510). Parlare di Giorgione, anche solo in riferimento al possibile confronto tra queste due Veneri, è però un compito difficile, che porterebbe davvero lontano e mi riprometto di riprenderlo in una diversa occasione: ora desidero concentrarmi solo sulla Venere la dea che incarna la bellezza femminile. Di certo la prima Venere è poco più di una ragazza, nel fiore dell’età, consapevole della propria bellezza e che non ha nessun pudore a mostrarsi nuda, forse si compiace persino del desiderio che può suscitare. E inizio a provare a chiedere, prima a me stesso e poi al mio lettore, come questo corpo che, nella sua apparente bellezza, possa destare emozioni riferibili alla gamma complessa dell’Amore, e precisamente quali di essi siano evidenti in questo quadro: sicuramente l'uso sapiente del colore e dei suoi contrasti da parte di Tiziano realizza un sottile gioco di allusioni e significati che, almeno a mio sentire, si collocano nei primi cinque sensi prima ricordati.
Con la complicità del mio lettore vorrei ora proseguire questo esercizio ermeneutico, aggiungendo un altro elemento: mi appare evidente una certa somiglianza fra queste due veneri, al punto che, forse forzando leggermente la cronologia mi viene da supporre che il maestro si sia servito della medesima modella: la Venere di Urbino è solitamente datata al 1538, mentre quella qui di fronte al 1565. Lascio libera la mia immaginazione di sviluppare questa suggestione: la Venere della Galleria Borghese è una donna, che conserva pienamente nella piega delle labbra e in quella sottile degli occhi tutta la grazia divina di quella ragazza, ma ormai è una donna matura, non ardisce più a posare interamente nuda, preferisce una postura più composta e dignitosa, a mezzo busto, che esalta la sua bellezza con misura. È una donna che è anche madre, sembra quasi giocare con Amore che è il suo bambino.
Eppure più mi concentro nella sua immagine, più comprendo che questo sorriso è venato di malinconia: potrebbe essere, come suggeriscono i curatori di questa mostra, la coscienza del declino inevitabile della potenza di Venezia. Ma io preferisco rimanere in un’interpretazione coerente col tema dell’amore: penso quindi a Venere come a una donna che è consapevole dell’impermanenza, di come la bellezza sia un fiore tanto prezioso quanto effimero, una donna che avverte in sé i segni del passare del tempo e dello sfiorire. Ma se la Bellezza fisica è destinata ad appassire quella spirituale può forse crescere con il tempo. Forse se la prima Venere si presta a incarnare i primi cinque significati dell’amore, non è possibile leggere i restanti proprio in questa seconda Venere?
Lascio al mio lettore il tempo di riflettere, mentre continuo a svolgere la mia riflessione: e l’Amore? Col tempo neppure l’amore può conservarsi immutato: tutto ciò che è vivo è soggetto a mutamento e metamorfosi secondo l’ineluttabile legge del Divenire. Ciò che vive può durare solo nella misura in cui si trasforma.
Così anche l’amore che lega gli esseri umani può attraversare la gamma complessa di quelle dodici variazioni dell’amore che ho evocato all’inizio del mio saggio. Occorre riflettere su questa realtà esistenziale senza alcuna forma di giudizio, l’amore non fa che seguire il ritmo naturale dei mutamenti fisiologici: non si tratta di misurare se ci fosse più amore prima e meno dopo, è solo che è mutato nel suo manifestarsi.
L’elenco greco delle variazioni dell’amore si ferma a dodici ma sorge il sospetto che possa non avere mai fine. D’altronde nella tradizione islamica si parla dei novantanove nomi di Dio e nelle confraternite mistiche si allude anche al centesimo Nome (detto Il Grande Nome), dalle valenze particolarmente sacre, note solo agli spiriti più elevati e particolarmente edotti dal loro lungo e faticoso cammino di apprendimento.
Personalmente vorrei aggiungere a questo elenco almeno καλός κἀγαθός (kalòs kagathòs), crasi di καλὸς καὶ ἀγαθός: kalos kai agathos è un'antica espressione greca che può essere tradotta con bello e buono e pare indicare un ideale di perfezione umana in cui l'eccellenza estetica e quella morale sono strettamente collegate e si fondono. Questo concetto, noto come kalokagathìa, sintetizza come l’ideale della grecità aspirasse a un individuo completo, valoroso e virtuoso, armonioso nel corpo e nello spirito.
Dopo questa prima impressione di mancanza però ritorno a rivedere le dodici parole e mi soffermo sull’ultima, la charis: nel termine greco χάρις (charis), sono impliciti i significati grazia, gentilezza, gratitudine, perciò come dicevo inizialmente è facile arrivare all’idea essenziale dell'armonia reciproca a livello spirituale e fisico. Potrei anche ammettere senza difficoltà che la kalokagathìa è quasi implicita nella charis e, tuttavia, riconoscerla esplicitamente mi sembra potrebbe portare a ulteriore chiarezza.
Termino di scrivere queste pagine l’otto dicembre, giorno in cui tradizionalmente si celebra la festa dell'Immacolata Concezione, solennità cattolica dedicata alla Vergine Maria. Solo di recente, nel 1854, per decisione di Papa Pio IX la Chiesa ha definito questa credenza come dogma universale, ma questa festa ha radici antichissime, profondamente orientali, come si ritrova, per esempio, in questo inno bizantino: ''Oggi l'universo festeggia la concezione di Anna avvenuta per opera di Dio, perché questa concepì colei dalla quale sarebbe nato il Verbo''. Perciò considero queste pagine, indirettamente, come una preparazione e una introduzione al Natale e, insieme, le dedico idealmente a Maria, all’idea stessa della Donna Eterna Madre e a tutte le donne, matrici e portatrici dell’aspetto necessario e complementare per inverare nell’essere umano carnalità e spiritualità.
(Sergio Gandini)
Prima di accedere ai locali della mostra, per ingannare gli inevitabili tempi di attesa, alcuni pannelli presentano ovviamente l’opera di Tiziano: tra questi però un altro ci spiega i dodici termini utilizzati dal greco antico per definire l’amore e i significati loro associati. Niente di nuovo in realtà, eppure sono sicuro che pochi oggi li conoscano: sono queste parole le dodici apostole dell’amore evocate dal titolo del mio saggio.
Presento subito questo elenco: Eros (έρως), Philia (φιλία), Agape (ἀγάπη): Storge (στοργή), Anteros (αντέρως), Himeros (ἵμερος), Pothos (Πόθος), Philautia (φιλαυτία), Pragma (πρᾶγμα), Mania (μανία), Charis (χάρις), Thelema (θέλημα) – e potrei persino fermarmi. Nella filosofia greca ἔλεγχος era addirittura il primo momento della ricerca socratica; più tardi l’elenco è diventato un procedimento tipico della poesia a cominciare dai suggestivi elenchi di Lucrezio fino a quelli di Prévert. Di fronte all’elenco l’interlocutore può restare sbigottito, interdetto, spaesato: potrebbe avere la tentazione di prolungarlo oppure non avere più niente da obbiettare, perché sembra che tutto sia già stato detto. Ma soprattutto l’elenco deve stimolarci alla riflessione personale: davvero quei termini bastano a esaurire la complessità dei fenomeni reali? Li comprendiamo, li condividiamo, ci viene da aggiungerne altri?
Così è opportuno passare dal semplice elenco a una caratterizzazione minima dei significati associabili a quei termini: Eros indica l’intenso desiderio passionale e sessuale; Anteros il sentimento corrisposto presente quando c’è reciprocità; Himeros il semplice stimolo fisico e impulsivo che esige un appagamento immediato; Pothos la nostalgia struggente, fino all’infatuazione per qualcosa che si brama senza averlo mai incontrato; Mania un’attrazione folle e ossessiva, che porta sovente a comportamenti estremi e irrazionali; Agape una tendenza disinteressata e incondizionata, spirituale e universale; Philia un’unione fatta di stima e fiducia, come quella tra esiste fra amici; Philautia il sentimento rivolto a se stessi che può andare dal narcisismo alla positiva autostima; Thelema la propria inclinazione personale, il piacere di fare qualcosa, non è necessariamente rivolto a una persona ma può riferirsi anche al proprio lavoro; Storge il legame naturale e familiare, come quello tra genitori e figli; Pragma il sentimento maturo, stabile e duraturo, che si sviluppa nel tempo con dedizione e pazienza; Charis la relazione idilliaca e equilibrata, basata sulla gioia e sull'armonia reciproca a livello spirituale e fisico.
Nei pannelli della mostra ciascuno di questi termini viene anche illustrato dalla citazione di un autore rappresentativo (per esempio Agape è riferita a San Paolo) ma io preferisco fermarmi qui, consapevole che aggiungere termini descrittivi o denotativi potrebbe influenzare il lettore, guidarlo nelle sue eventuali scelte, mentre io preferisco rimanere a questa semplice potenza evocativa della parola, che poi ognuno dovrà riferire ai propri personali vissuti.
Purtroppo la cornice espositiva non sviluppa queste suggestioni e il video introduttivo intende soprattutto collocare l’opera di Tiziano nel suo contesto storico: si comprende allora come Tiziano, morto quasi novantenne, dovesse assistere al progressivo declino di Venezia, in quanto la città era agli inizi del secolo centro delle rotte commerciali e quindi culturali, mentre nella seconda parte del millecinquecento iniziava un progressivo spostamento verso i Paesi Bassi, e la penisola iberica, e quindi, per Venezia stessa, una lenta ma irreversibile decadenza.
I pannelli esplicativi sottolineano un altro dato significativo: poiché il corpus dell’opera pittorica di Tiziano è disperso nei musei di tutto il mondo, possiamo essere felici che a Venezia sia possibile ammirare ancora oggi la stupenda l’Assunta (690×360 cm) nella Basilica di Santa Maria Gloriosa dei Frari e la sublime Pietà (389×351 cm) rimasta incompiuta e conservata alle Gallerie dell'Accademia: due opere monumentali che mi colmano di stupore ogni volta che torno a Venezia e posso contemplarle – ma la maggior parte delle altre opere più famose è ormai dispersa nei musei e, tuttavia, passando nelle tante chiese veneziane può accedere di imbattersi in qualche dipinto considerato minore ma di grande bellezza.
Seguendo il corso di queste riflessioni non posso fare a meno di pensare che sarebbe stato bello che fosse stata portata qui anche la Venere cosiddetta di Urbino, che oggi è conservata agli Uffizi: il quadro però mi è talmente familiare che mi sforzo di evocarlo nella mia memoria. D’altronde questa tela è considerata come uno dei più grandi capolavori della storia della pittura, e sicuramente ha influenzato tanti pittori successivi nel modellare i canoni della rappresentazione del nudo femminile: mi basta ora ricordare alcuni capolavori come La grande odalisca di Ingres, La maja desnuda di Goya e l'Olympia di Manet.
Ma la verità è che nessun capolavoro nasce come fiore nel deserto, è reso possibile solo dall’inserirsi nel solco della tradizione: forse non tutti sanno però che la Venere di Tiziano (1538) non sarebbe stata possibile senza la Venere dormiente di Giorgione (1510). Parlare di Giorgione, anche solo in riferimento al possibile confronto tra queste due Veneri, è però un compito difficile, che porterebbe davvero lontano e mi riprometto di riprenderlo in una diversa occasione: ora desidero concentrarmi solo sulla Venere la dea che incarna la bellezza femminile. Di certo la prima Venere è poco più di una ragazza, nel fiore dell’età, consapevole della propria bellezza e che non ha nessun pudore a mostrarsi nuda, forse si compiace persino del desiderio che può suscitare. E inizio a provare a chiedere, prima a me stesso e poi al mio lettore, come questo corpo che, nella sua apparente bellezza, possa destare emozioni riferibili alla gamma complessa dell’Amore, e precisamente quali di essi siano evidenti in questo quadro: sicuramente l'uso sapiente del colore e dei suoi contrasti da parte di Tiziano realizza un sottile gioco di allusioni e significati che, almeno a mio sentire, si collocano nei primi cinque sensi prima ricordati.
Con la complicità del mio lettore vorrei ora proseguire questo esercizio ermeneutico, aggiungendo un altro elemento: mi appare evidente una certa somiglianza fra queste due veneri, al punto che, forse forzando leggermente la cronologia mi viene da supporre che il maestro si sia servito della medesima modella: la Venere di Urbino è solitamente datata al 1538, mentre quella qui di fronte al 1565. Lascio libera la mia immaginazione di sviluppare questa suggestione: la Venere della Galleria Borghese è una donna, che conserva pienamente nella piega delle labbra e in quella sottile degli occhi tutta la grazia divina di quella ragazza, ma ormai è una donna matura, non ardisce più a posare interamente nuda, preferisce una postura più composta e dignitosa, a mezzo busto, che esalta la sua bellezza con misura. È una donna che è anche madre, sembra quasi giocare con Amore che è il suo bambino.
Eppure più mi concentro nella sua immagine, più comprendo che questo sorriso è venato di malinconia: potrebbe essere, come suggeriscono i curatori di questa mostra, la coscienza del declino inevitabile della potenza di Venezia. Ma io preferisco rimanere in un’interpretazione coerente col tema dell’amore: penso quindi a Venere come a una donna che è consapevole dell’impermanenza, di come la bellezza sia un fiore tanto prezioso quanto effimero, una donna che avverte in sé i segni del passare del tempo e dello sfiorire. Ma se la Bellezza fisica è destinata ad appassire quella spirituale può forse crescere con il tempo. Forse se la prima Venere si presta a incarnare i primi cinque significati dell’amore, non è possibile leggere i restanti proprio in questa seconda Venere?
Lascio al mio lettore il tempo di riflettere, mentre continuo a svolgere la mia riflessione: e l’Amore? Col tempo neppure l’amore può conservarsi immutato: tutto ciò che è vivo è soggetto a mutamento e metamorfosi secondo l’ineluttabile legge del Divenire. Ciò che vive può durare solo nella misura in cui si trasforma.
Così anche l’amore che lega gli esseri umani può attraversare la gamma complessa di quelle dodici variazioni dell’amore che ho evocato all’inizio del mio saggio. Occorre riflettere su questa realtà esistenziale senza alcuna forma di giudizio, l’amore non fa che seguire il ritmo naturale dei mutamenti fisiologici: non si tratta di misurare se ci fosse più amore prima e meno dopo, è solo che è mutato nel suo manifestarsi.
L’elenco greco delle variazioni dell’amore si ferma a dodici ma sorge il sospetto che possa non avere mai fine. D’altronde nella tradizione islamica si parla dei novantanove nomi di Dio e nelle confraternite mistiche si allude anche al centesimo Nome (detto Il Grande Nome), dalle valenze particolarmente sacre, note solo agli spiriti più elevati e particolarmente edotti dal loro lungo e faticoso cammino di apprendimento.
Personalmente vorrei aggiungere a questo elenco almeno καλός κἀγαθός (kalòs kagathòs), crasi di καλὸς καὶ ἀγαθός: kalos kai agathos è un'antica espressione greca che può essere tradotta con bello e buono e pare indicare un ideale di perfezione umana in cui l'eccellenza estetica e quella morale sono strettamente collegate e si fondono. Questo concetto, noto come kalokagathìa, sintetizza come l’ideale della grecità aspirasse a un individuo completo, valoroso e virtuoso, armonioso nel corpo e nello spirito.
Dopo questa prima impressione di mancanza però ritorno a rivedere le dodici parole e mi soffermo sull’ultima, la charis: nel termine greco χάρις (charis), sono impliciti i significati grazia, gentilezza, gratitudine, perciò come dicevo inizialmente è facile arrivare all’idea essenziale dell'armonia reciproca a livello spirituale e fisico. Potrei anche ammettere senza difficoltà che la kalokagathìa è quasi implicita nella charis e, tuttavia, riconoscerla esplicitamente mi sembra potrebbe portare a ulteriore chiarezza.
Termino di scrivere queste pagine l’otto dicembre, giorno in cui tradizionalmente si celebra la festa dell'Immacolata Concezione, solennità cattolica dedicata alla Vergine Maria. Solo di recente, nel 1854, per decisione di Papa Pio IX la Chiesa ha definito questa credenza come dogma universale, ma questa festa ha radici antichissime, profondamente orientali, come si ritrova, per esempio, in questo inno bizantino: ''Oggi l'universo festeggia la concezione di Anna avvenuta per opera di Dio, perché questa concepì colei dalla quale sarebbe nato il Verbo''. Perciò considero queste pagine, indirettamente, come una preparazione e una introduzione al Natale e, insieme, le dedico idealmente a Maria, all’idea stessa della Donna Eterna Madre e a tutte le donne, matrici e portatrici dell’aspetto necessario e complementare per inverare nell’essere umano carnalità e spiritualità.
(Sergio Gandini)