Letture
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Le nuvole, Turner, Constable e altro
“Che cosa sarei, che cosa farei senza le nuvole? Trascorro la maggior parte del mio tempo a guardarle passare”. Questa breve annotazione si trova in uno dei quaderni di Cioran con la data febbraio 1958 – e mi fa subito pensare a Baudelaire, al primo dei "Piccoli poemi in prosa", che termina così: “-Eh! Che ami tu dunque, straordinario straniero?
-Amo le nuvole... le nuvole che passano... laggiù... laggiù... le nuvole meravigliose!”. Questo poema in prosa fu pubblicato sul giornale "La Presse" il 26 agosto del 1862: Baudelaire lo inserì in un gruppo di testi rimasti senza titolo che saranno pubblicati soltanto postumi, nel 1869, due anni dopo la morte del poeta. Strano destino quello di molti artisti, essere riconosciuti troppo tardi! |
Oggi Cioran è diventato un autore di moda, i cui libri stanno sul comodino: un grande editore italiano pubblica tutti i suoi scritti, anche gli appunti che Cioran non avrebbe inteso mai pubblicare, come la chiave che permetterebbe di entrare nel laboratorio del filosofo. Se c’è un testo che vale la pena di leggere, a mio avviso, sono invece questi quaderni, che Cioran tenne assiduamente dal 1957 al 1972. In essi, per esempio, troviamo anche la confessione che Baudelaire fu il poeta da lui più letto, più amato, in gioventù.
Ma, ovviamente, questi quaderni ci rivelano molto altro. Per esempio la vocazione mistica di questo autore e la sua autentica tensione alla contemplazione: come potrebbe non essere un contemplativo chi trascorre il tempo a guardare passare le nuvole?
Di recente ho ritrovato un mio testo: mi ricordavo di averlo scritto ma mi ha sorpreso scoprirne la data: era il marzo del 1968. Avevo undici anni. Sono rimasto impressionato da questa data: certe intuizioni appartengono alla propria identità più profonda, originaria. Quello scritto narra nello stile di una favola, come poteva immaginarla un bambino, il matrimonio di due nuvole, ma la storia si rivela in sé tragica e grave: infatti questo sposalizio coincide con la morte delle due nuvole stesse, che danno origine a una grande pioggia. Lascio allo psicoterapeuta di leggere in controluce tutte le implicazioni del caso: la tematica di amore e morte per esempio, una vivace immaginazione e una fede ingenua nella Natura. Come collegare infatti la visione delle nuvole al morire? Come legare così strettamente amore e sacrificio?
Davvero certe intuizioni appartengono alla nostra identità più profonda: forse per queste misteriose vie mi sono avvicinato a The Cloude of Unknowyng, la guida spirituale scritta nel XIV secolo da un anonimo scrittore inglese. Tutte le vere intuizioni hanno bisogno di essere verificate mediante l’esperienza: al rientro dal nostro viaggio a Londra, la prima impressione rimasta è che l’anonimo autore del testo non poteva che essere, a sua volta, un grande contemplatore di nuvole.
Durante il soggiorno è sempre piovuto, immancabilmente, ogni giorno: talora certo è apparso il sole, proprio a Kensington Gardens, ma chi vive qui deve apprendere a vedere il sole in mezzo alle nuvole, dietro le nubi, anche quando non appare.
Non ero mai stato a Londra: mi sono risolto ad andarci attirato dalla grande mostra “Turner & Constable. Rivals & Originals. Until 12 April 2026. The definitive exhibition of two pivotal British artists in the 250th year of their births”. Devo innanzitutto riconoscere il grande spirito di patria che gli inglesi nutrono nei confronti della propria nazione, dopo aver visitato
Westminster Abbey, in cui riposano i monarchi britannici, ma anche tanti poeti e scienziati: oltre a quelli effettivamente sepolti qui, sono presenti cenotafi e lastre commemorative che consolidano questo imprescindibile valore della memoria collettiva. Certo è questa mentalità che ha permesso l’ideazione e l’attuazione della mostra: essa raccoglie molte delle opere più importanti di Constable e Turner, con oltre centosettanta dipinti e lavori su carta, ma anche taccuini di schizzi e oggetti personali.
Forse i curatori insistono troppo in questa contrapposizione, arrivando a presentarli come acerrimi rivali, anche se è vero che questa diceria ha un fondamento storico: nel 1831, alla Royal Academy, Constable espose la sua Salisbury Cathedral accanto a un'opera di Turner, cercando di chiarire il contrasto tra le loro visioni.
La verità è però, come sempre, differente: J.M.W. Turner (1775-1851) e John Constable (1776-1837), che nacque solo l’anno dopo, rappresentarono due visioni opposte, ma entrambe rivoluzionarie, del paesaggio romantico inglese negli anni trenta dell'Ottocento: una delle tante immagini utilizzate dai loro critici per insistere su questa contrapposizione fu quella di fuoco e acqua, ma si potrebbe continuare all’infinito, per esempio, aria e terra, oro e argento. Ma non intendo continuare in questa analisi: ho già parlato a lungo di questi due pittori in occasione della visita alle due mostre allestite alla Reggia di Venaria Reale e le mie considerazioni sono presenti nelle letture precedenti raccolte nel sito di Meditatio, ad esse rimando quindi il lettore interessato.
Sarebbe troppo semplice, e inesatto, dire che sono rimasto deluso della mostra: ho sufficiente esperienza della vita per non sapere che era quasi inevitabile. Ho una vera passione per Turner e, soprattutto, l’ho coltivata nel corso degli anni in modo fedele. Ho imparato a conoscerlo in molte grandi mostre tematiche dove due o tre quadri di Turner erano sempre presenti, fino ad arrivare alla mostra del 2004-2005 Turner and Venice al museo Correr di Venezia, poi quella tenuta nel 2018 presso il chiostro del Bramante a Roma, fino alla più recente, appena ricordata, alla Venaria di Torino nel 2024. La vera conoscenza di un pittore può avvenire solo dalla contemplazione diretta delle sue opere e da una attenta riflessione che nasce da affinità elettive.
Ricordo bene che la mostra di Roma era chiamata proprio "Turner. Opere della Tate", in quanto questo rappresentava un valore aggiunto che solo oggi sono in grado di comprendere appieno. Molte delle opere esposte facevano parte del Turner Bequest e provenivano direttamente dallo studio personale dell’artista: furono realizzate nel corso degli anni per il suo puro piacere secondo la bella espressione del critico John Ruskin. Oggi noi siamo quasi abituati all’idea che un pittore possa dipingere semplicemente quello che sente, ma si tratta di un fraintendimento che nasce da un pregiudizio romantico: per secoli, per millenni forse, il pittore era un artigiano al servizio di committenti che potevano approvare o no la sua opera – e a questo occorrerebbe anche aggiungere che sovente un artista diventa il più intransigente critico di se stesso, persegue obiettivi di perfezione formale o di semplice successo che limitano la sua stessa creatività. Non è quindi così comune poter contemplare opere realizzate dall’artista in modo libero, in base alla sua piena e totale sensibilità: quelle di Turner, specialmente nei tanti taccuini che conservano ricordi di viaggi, emozioni e frammenti di paesaggi catturati dal vivo durante i suoi soggiorni all’estero, emanano una gioia estetica e sensoriale indescrivibile. Sappiamo che infatti era abitudine dell’artista, come un vero impressionista ante litteram, lavorare sei mesi all’aria aperta durante la bella stagione e solo in inverno chiudersi nel suo studio per riportare sulla tela i ricordi di ciò che aveva visto dal vivo. Forse proprio in questa scelta sta una parte essenziale del segreto della bellezza raggiunta da questo artista unico per la singolarità della sua visione.
Prima di giungere alla mostra attuale della Tate che mette a confronto Constable e Turner il lettore dovrà pazientare ancora, è necessaria un’altra diversione per arrivare preparati a questo incontro. Siccome sono a Londra per la prima volta non potevo che visitare la National Gallery: è da mezzo secolo che lo desidero giacché ospita tre tele di Piero della Francesca, da sempre il mio pittore dell’anima (le uniche sue opere, ad eccezione di quelle negli Stati Uniti, che non ho mai vedute dal vero). E poi ci sono Paolo Uccello, Pisanello, Giovanni Bellini… alla National Gallery sono rimasto un giorno intero! A dire il vero, malgrado siano stati predisposti dei percorsi colorati come punti di riferimento temporale, questo museo è un autentico labirinto. A un certo punto mi sono rassegnato a farmi guidare solo dal caso e a passare da una sala all’altra, di stupore in stupore: c’è anche Tiziano, ci sono quadri stupefacenti di Velázquez e di Zurbarán, una collezione invidiabile di Rembrandt, e poi quadri indimenticabili di Monet e Van Gogh, una stupenda raccolta di opere di Cézanne e un quadro di Seurat, il mio pittore della mente!
Ci sono, è naturale, anche Constable e Turner: a parte qualche collocazione casuale, tre loro capolavori stanno uno di fronte all’altro nella sala XXXIV, e posso contemplare a lungo
"Il carro da fieno" (The Hay Wain, 1821) di Constable e “Pioggia, vapore e velocità” (Rain, Steam and Speed, 1844) di Turner. Proprio questo quadro è stato a lungo il quadro di Turner da me prediletto: mi accorgo che, mostra a parte, sarei venuto a Londra solo per vedere da vicino quest’unica tela.
Siccome occorre sempre imparare dall’esperienza, cerco di evitare di ripetere l’errore precedente: ho prenotato da casa la visita alla mostra “Turner & Constable. Rivals & Originals” ma decido di separare la visita della Tate Britain da quella dell’esposizione temporanea allestita all’interno della Tate stessa. La mia intuizione è quella giusta: desidero incontrare finalmente William di persona, a casa sua. Per arrivare al vasto edificio della Tate attraverso parte della città sotto una pioggia battente: arrivo in anticipo rispetto all’ora di apertura, così mi riparo sotto la grande tettoia – quando infine apre le porte prendo prima un caffè lungo per ristorarmi. Poi evito la tentazione di visitare le troppe sale e mi dirigo subito nella sala che ospita il Turner Bequest, che si trova in un edificio aggiunto al corpo originario della costruzione. Non c’è ancora nessuno e posso visitare lentamente le vaste sale: mi accolgono grandi tele, concepite in modo da impressionare il pubblico inglese e da preparare alla grandezza di visione. Esamino con cura queste tele e penso alla parte data alla terra e a quella data al cielo, sono in equilibrio perfetto: le vedute sono prese perlopiù a grande distanza, alberi monumentali, le note descrittive del paesaggio risultano rimpicciolite – già prevalgono i colori e il respiro dell’aria. Quanta parte della pittura è già dedicata alle nuvole! Che però William non descrive mai – come se le nuvole stessero in un equilibrio difficile, sempre sul punto di venire assorbite dalla luce. D’ improvviso ho un’idea: ho visto che alcuni visitatori hanno un seggiolino pieghevole e allora lo chiedo a un guardiano, così mi concentro sulla visita delle quattro sale centrali, mi siedo e mi lascio assorbire dalla contemplazione del singolo quadro. Una intera sala è dedicata al rapporto degli esseri umani col mare ed è una visione già romantica: l’uomo non è che un misero punto che può essere inghiottito dalla violenza del mare in qualsiasi momento e nei dipinti all’interno di questa sala emerge tutta la tragicità di questa relazione. Eppure la bellezza del colore trionfa su ogni timore.
In un’altra sala ci sono anche opere di John Constable: in particolare mi concentro su un piccolo studio del 1826, “Il mare vicino a Brighton” – qui, diversamente dalle opere di Turner, lo spazio tra terra e cielo non è egualmente distribuito, il mare è decisamente più piccolo e prevale l’elemento aereo prevale. E comprendo distintamente che le nuvole di Constable sono altro rispetto a quelle di Turner: sono solide e reali, autentiche presenze – mentre le nuvole di Turner paiono solo un pretesto alla rivelazione della Luce.
Nella mostra di Roma erano presenti quasi cento opere tra schizzi, studi, acquerelli, disegni e una selezione di olii – ma soltanto qui, alla Tate Britain mi è parso di essere davvero a casa di William, al quale sono dedicate sette sale: nella Clore Gallery sono presentate parte delle opere provenienti dal lascito Turner, che comprende trecento dipinti a olio e migliaia di schizzi e acquerelli, tra cui 300 taccuini. Tale lascito comprende tutti i lavori trovati nel suo studio alla morte nel 1851: è un dono alla città di Londra e all’umanità. Anche se si tratta solo di sette sale e le opere sono inferiori per numero a quelle presenti nella grande personale, ormai mitica Turner: Imagination and Reality, tenutasi nel 1966 al MoMA di New York, sono rimasto a lungo davanti a queste tele assorbito nella contemplazione. In una di esse si trova anche un’opera di Rothko: sembra che in occasione della mostra del 1966 abbia espresso questo commento volutamente ironico e che andrebbe discusso a fondo per capirne il significato: “Quest'uomo Turner, ha imparato molto da me.” – ma adesso questa presenza mi sembra un bel dono, giacché l’artista stesso aveva detto che gli sarebbe piaciuto che un suo quadro potesse avere l’onore di essere esposto accanto a uno di Turner. Una didascalia suggerisce che questa sala ospita lavori incompiuti, così trovati nello studio al momento della morte: eppure, mentre li contemplavo, ho iniziato a dubitare anche di questo. So bene che Turner esponeva nella sua casa e nel suo studio alcuni lavori sperimentali che facevano parte della collezione personale; non li espose mai in pubblico mentre era in vita. Alcuni critici hanno preteso di fare di Turner il progenitore dell'astrazione modernista: per me, invece, a lungo Turner è stato il padre dell’informale.
Poi, come dicevo, un sano dubbio ermeneutico ha iniziato a crescere in me. Come sempre è solo l’interprete a proiettare: proietta i propri vissuti sulla figura dell’analista, in questo modo possiamo crescere e liberarci – ma cosa c’entra William con tutto questo?
Le opere raccolte di proposito in questa sala con la qualifica di incompiute erano davvero tali? Erano quadri ai quali il pittore intendeva un giorno aggiungere dettagli? Erano solo studi preparatori per guidare il suo sviluppo tecnico? Oppure, semplicemente, dimostrano il genuino interesse dell’artista che considera colore e luce già elementi estetici degni di essere trattati come soggetti in sé? E ancora: nella psicoanalisi si parla sovente di analisi interminabile – forse William intuisce che ogni quadro è necessariamente destinato a rimanere incompiuto? Mi ricordo che, una volta, Turner allontanò un critico che aveva commentato in modo arrogante l’aspetto nebbioso di uno dei suoi dipinti con la battuta: “L'indistinto è il mio forte.” Forse l’aspetto quasi amorfo di alcuni suoi dipinti considerati sperimentali è conseguente al suo, a ogni autentico misticismo?
Possiamo ora tornare, insieme al lettore che avrà avuto la pazienza di seguirmi fin qui, alla esposizione Turner & Constable. Rivals & Originals: avevo ovviamente prenotato l’ingresso alla mostra, ma mi sono trovato in una grande confusione – le sale dedicate alla mostra sono troppo piccole rispetto alle persone che entravano e occorreva con pazienza disporsi in modo da vedere frontalmente i quadri. Bisogna riconoscere gli sforzi fatti dai curatori dell’esposizione per riconoscere pari opportunità ai due artisti: Turner giocava in casa e non è stato difficile trasportare opere e quaderni dal Turner Bequest alle sale attuali, più difficile forse ottenere l’accesso ai lasciti di John Sheepshanks e della figlia Isabel Constable presenti al Victoria and Albert Museum, che rappresentano un totale di circa quattrocento pezzi, in gran parte schizzi e disegni. Senza di essi la mostra non sarebbe la stessa. Si è trattato di un lavoro notevole (il catalogo vanta non meno di centottanta quattro schede), che ha riunito opere dalla Tate, da vari musei a Londra e da altre città britanniche con prestiti da collezioni private e dall’estero, quasi esclusivamente dagli Stati Uniti. Pari opportunità asserivo: entrambi gli artisti hanno elevato il paesaggio a genere pittorico monumentale e, se vogliamo parlare della loro eredità, influenzato le generazioni future, inclusi gli impressionisti francesi.
Infine, malgrado la mostra intenda celebrarli come i massimi pittori inglesi del loro tempo (o di ogni tempo? Con buona pace di Bacon) nessuno dei due fu mai nominati sir: Turner, nonostante fosse un membro stimato della Royal Academy, nella quale fu eletto associato a soli ventiquattro anni, l'età minima consentita dal regolamento dell'epoca, mantenne uno stile di vita eccentrico e solitario. A Constable andò ancora peggio: venne eletto a pieno titolo della Royal Academy solo nel 1829, all'età di cinquantadue anni, molto più tardi rispetto al suo rivale; ottenne paradossalmente più onori in Francia, dove il re Carlo X gli conferì una medaglia d'oro nel 1824 per il dipinto Il carro da fieno.
Qui finiscono le analogie. Il catalogo insiste nel sottolineare come Turner dipingesse scene drammatiche, luminose e quasi astratte e Constable ricercasse l'autenticità rurale con atmosfere umide e naturalistiche: applica anche a Turner la categoria di sublime, come nel mio saggio precedente, e a Constable quella di pittoresco, sulla quale invece avrei molto da obbiettare. Piuttosto mi verrebbe da dire che Constable fu un autentico realista e questo lo condusse quasi naturalmente a precorrere l’impressionismo. Ma queste etichette servono agli storici dell’arte e preferirei farne a meno. Se da questa esposizione ho ricavato un insegnamento è che occorre liberare Turner dal peso di essere visto come un precursore, dell’astrattismo oppure della pittura informale, come anch’io ingenuamente avevo creduto, e porlo invece in una categoria tutta sua: sono ormai convinto che William fosse semplicemente un artista unico. È il mio pittore del cuore. Un artista unico: ma unico, in verità, è ogni autentico essere umano.
Finita la visita, come sempre sono solito fare, invece di avviarmi verso l’uscita, ritorno sui miei passi. Ormai l’afflusso di visitatori è terminato, un guardiano, ignaro che sono tornato indietro nel percorso, mi avverte che devo fare in fretta perché la mostra chiuderà fra poco: così posso prendermi il tempo per rivedere ciò che più ha attratto la mia attenzione. Ci sono, sia nei quaderni esposti, sia in tele di piccolo formato, stupendi studi di nuvole eseguiti da Constable, nei quali colore e luce sono colti e studiati con amore. Mi soffermo dunque giustamente su di esse per cercare di concludere il mio discorso sulle nuvole, e mi ricordo di una sua affermazione del 1821: "Dipingere non è altro che un altro modo di dire sentire." Ecco John Constable sente le nuvole, con i suoi occhi e con tutto il suo corpo, si lascia abitare da esse, sono presenze nella sua anima – e proverà a ricrearle in tutta la loro pregnanza sulla carta, sulla tela.
Contemplare le nuvole – dipingere nuvole è ricrearle.
Nell’ultima sala della mostra si trova la tela di Turner Alba al Castello di Norham dipinta nel 1845. Rifletto allora su questo fatto: il castello di Norham, situato sul fiume Tweed al confine tra Inghilterra e Scozia, fu un soggetto ricorrente per l'artista, che lo visitò più volte nel corso della sua vita e lo dipinse in diverse occasioni. Anche se William aveva viaggiato per il mondo quando viaggiare non era agevole, mentre Constable aveva sempre dipinto i medesimi soggetti, l’autentico viaggio, per un pittore, è solo quello che compie dentro il suo dipingere, non tanto ripetendo ma variando, per cercare di cogliere il segreto della raffigurazione. Forse in questa tela Turner era arrivato al termine di quel viaggio – oppure no – la ricerca è per essenza interminabile. A Turner le nuvole interessano perché ci sono, sono elementi presenti nella visione, ci sono esattamente come alberi case colli – ma davanti a questa sublime alba ogni tentazione descrittiva si dissolve, anche le nuvole sono appena tracce di un passaggio nel cielo, esattamente come noi esseri umani siamo solo destinati a passare – e rimane solo l’evidenza della Luce.
Sono le nuvole a dare tutto lo spessore al Cielo.
Sono le nostre parole a dare spessore al Silenzio.
(Sergio Gandini)
Ma, ovviamente, questi quaderni ci rivelano molto altro. Per esempio la vocazione mistica di questo autore e la sua autentica tensione alla contemplazione: come potrebbe non essere un contemplativo chi trascorre il tempo a guardare passare le nuvole?
Di recente ho ritrovato un mio testo: mi ricordavo di averlo scritto ma mi ha sorpreso scoprirne la data: era il marzo del 1968. Avevo undici anni. Sono rimasto impressionato da questa data: certe intuizioni appartengono alla propria identità più profonda, originaria. Quello scritto narra nello stile di una favola, come poteva immaginarla un bambino, il matrimonio di due nuvole, ma la storia si rivela in sé tragica e grave: infatti questo sposalizio coincide con la morte delle due nuvole stesse, che danno origine a una grande pioggia. Lascio allo psicoterapeuta di leggere in controluce tutte le implicazioni del caso: la tematica di amore e morte per esempio, una vivace immaginazione e una fede ingenua nella Natura. Come collegare infatti la visione delle nuvole al morire? Come legare così strettamente amore e sacrificio?
Davvero certe intuizioni appartengono alla nostra identità più profonda: forse per queste misteriose vie mi sono avvicinato a The Cloude of Unknowyng, la guida spirituale scritta nel XIV secolo da un anonimo scrittore inglese. Tutte le vere intuizioni hanno bisogno di essere verificate mediante l’esperienza: al rientro dal nostro viaggio a Londra, la prima impressione rimasta è che l’anonimo autore del testo non poteva che essere, a sua volta, un grande contemplatore di nuvole.
Durante il soggiorno è sempre piovuto, immancabilmente, ogni giorno: talora certo è apparso il sole, proprio a Kensington Gardens, ma chi vive qui deve apprendere a vedere il sole in mezzo alle nuvole, dietro le nubi, anche quando non appare.
Non ero mai stato a Londra: mi sono risolto ad andarci attirato dalla grande mostra “Turner & Constable. Rivals & Originals. Until 12 April 2026. The definitive exhibition of two pivotal British artists in the 250th year of their births”. Devo innanzitutto riconoscere il grande spirito di patria che gli inglesi nutrono nei confronti della propria nazione, dopo aver visitato
Westminster Abbey, in cui riposano i monarchi britannici, ma anche tanti poeti e scienziati: oltre a quelli effettivamente sepolti qui, sono presenti cenotafi e lastre commemorative che consolidano questo imprescindibile valore della memoria collettiva. Certo è questa mentalità che ha permesso l’ideazione e l’attuazione della mostra: essa raccoglie molte delle opere più importanti di Constable e Turner, con oltre centosettanta dipinti e lavori su carta, ma anche taccuini di schizzi e oggetti personali.
Forse i curatori insistono troppo in questa contrapposizione, arrivando a presentarli come acerrimi rivali, anche se è vero che questa diceria ha un fondamento storico: nel 1831, alla Royal Academy, Constable espose la sua Salisbury Cathedral accanto a un'opera di Turner, cercando di chiarire il contrasto tra le loro visioni.
La verità è però, come sempre, differente: J.M.W. Turner (1775-1851) e John Constable (1776-1837), che nacque solo l’anno dopo, rappresentarono due visioni opposte, ma entrambe rivoluzionarie, del paesaggio romantico inglese negli anni trenta dell'Ottocento: una delle tante immagini utilizzate dai loro critici per insistere su questa contrapposizione fu quella di fuoco e acqua, ma si potrebbe continuare all’infinito, per esempio, aria e terra, oro e argento. Ma non intendo continuare in questa analisi: ho già parlato a lungo di questi due pittori in occasione della visita alle due mostre allestite alla Reggia di Venaria Reale e le mie considerazioni sono presenti nelle letture precedenti raccolte nel sito di Meditatio, ad esse rimando quindi il lettore interessato.
Sarebbe troppo semplice, e inesatto, dire che sono rimasto deluso della mostra: ho sufficiente esperienza della vita per non sapere che era quasi inevitabile. Ho una vera passione per Turner e, soprattutto, l’ho coltivata nel corso degli anni in modo fedele. Ho imparato a conoscerlo in molte grandi mostre tematiche dove due o tre quadri di Turner erano sempre presenti, fino ad arrivare alla mostra del 2004-2005 Turner and Venice al museo Correr di Venezia, poi quella tenuta nel 2018 presso il chiostro del Bramante a Roma, fino alla più recente, appena ricordata, alla Venaria di Torino nel 2024. La vera conoscenza di un pittore può avvenire solo dalla contemplazione diretta delle sue opere e da una attenta riflessione che nasce da affinità elettive.
Ricordo bene che la mostra di Roma era chiamata proprio "Turner. Opere della Tate", in quanto questo rappresentava un valore aggiunto che solo oggi sono in grado di comprendere appieno. Molte delle opere esposte facevano parte del Turner Bequest e provenivano direttamente dallo studio personale dell’artista: furono realizzate nel corso degli anni per il suo puro piacere secondo la bella espressione del critico John Ruskin. Oggi noi siamo quasi abituati all’idea che un pittore possa dipingere semplicemente quello che sente, ma si tratta di un fraintendimento che nasce da un pregiudizio romantico: per secoli, per millenni forse, il pittore era un artigiano al servizio di committenti che potevano approvare o no la sua opera – e a questo occorrerebbe anche aggiungere che sovente un artista diventa il più intransigente critico di se stesso, persegue obiettivi di perfezione formale o di semplice successo che limitano la sua stessa creatività. Non è quindi così comune poter contemplare opere realizzate dall’artista in modo libero, in base alla sua piena e totale sensibilità: quelle di Turner, specialmente nei tanti taccuini che conservano ricordi di viaggi, emozioni e frammenti di paesaggi catturati dal vivo durante i suoi soggiorni all’estero, emanano una gioia estetica e sensoriale indescrivibile. Sappiamo che infatti era abitudine dell’artista, come un vero impressionista ante litteram, lavorare sei mesi all’aria aperta durante la bella stagione e solo in inverno chiudersi nel suo studio per riportare sulla tela i ricordi di ciò che aveva visto dal vivo. Forse proprio in questa scelta sta una parte essenziale del segreto della bellezza raggiunta da questo artista unico per la singolarità della sua visione.
Prima di giungere alla mostra attuale della Tate che mette a confronto Constable e Turner il lettore dovrà pazientare ancora, è necessaria un’altra diversione per arrivare preparati a questo incontro. Siccome sono a Londra per la prima volta non potevo che visitare la National Gallery: è da mezzo secolo che lo desidero giacché ospita tre tele di Piero della Francesca, da sempre il mio pittore dell’anima (le uniche sue opere, ad eccezione di quelle negli Stati Uniti, che non ho mai vedute dal vero). E poi ci sono Paolo Uccello, Pisanello, Giovanni Bellini… alla National Gallery sono rimasto un giorno intero! A dire il vero, malgrado siano stati predisposti dei percorsi colorati come punti di riferimento temporale, questo museo è un autentico labirinto. A un certo punto mi sono rassegnato a farmi guidare solo dal caso e a passare da una sala all’altra, di stupore in stupore: c’è anche Tiziano, ci sono quadri stupefacenti di Velázquez e di Zurbarán, una collezione invidiabile di Rembrandt, e poi quadri indimenticabili di Monet e Van Gogh, una stupenda raccolta di opere di Cézanne e un quadro di Seurat, il mio pittore della mente!
Ci sono, è naturale, anche Constable e Turner: a parte qualche collocazione casuale, tre loro capolavori stanno uno di fronte all’altro nella sala XXXIV, e posso contemplare a lungo
"Il carro da fieno" (The Hay Wain, 1821) di Constable e “Pioggia, vapore e velocità” (Rain, Steam and Speed, 1844) di Turner. Proprio questo quadro è stato a lungo il quadro di Turner da me prediletto: mi accorgo che, mostra a parte, sarei venuto a Londra solo per vedere da vicino quest’unica tela.
Siccome occorre sempre imparare dall’esperienza, cerco di evitare di ripetere l’errore precedente: ho prenotato da casa la visita alla mostra “Turner & Constable. Rivals & Originals” ma decido di separare la visita della Tate Britain da quella dell’esposizione temporanea allestita all’interno della Tate stessa. La mia intuizione è quella giusta: desidero incontrare finalmente William di persona, a casa sua. Per arrivare al vasto edificio della Tate attraverso parte della città sotto una pioggia battente: arrivo in anticipo rispetto all’ora di apertura, così mi riparo sotto la grande tettoia – quando infine apre le porte prendo prima un caffè lungo per ristorarmi. Poi evito la tentazione di visitare le troppe sale e mi dirigo subito nella sala che ospita il Turner Bequest, che si trova in un edificio aggiunto al corpo originario della costruzione. Non c’è ancora nessuno e posso visitare lentamente le vaste sale: mi accolgono grandi tele, concepite in modo da impressionare il pubblico inglese e da preparare alla grandezza di visione. Esamino con cura queste tele e penso alla parte data alla terra e a quella data al cielo, sono in equilibrio perfetto: le vedute sono prese perlopiù a grande distanza, alberi monumentali, le note descrittive del paesaggio risultano rimpicciolite – già prevalgono i colori e il respiro dell’aria. Quanta parte della pittura è già dedicata alle nuvole! Che però William non descrive mai – come se le nuvole stessero in un equilibrio difficile, sempre sul punto di venire assorbite dalla luce. D’ improvviso ho un’idea: ho visto che alcuni visitatori hanno un seggiolino pieghevole e allora lo chiedo a un guardiano, così mi concentro sulla visita delle quattro sale centrali, mi siedo e mi lascio assorbire dalla contemplazione del singolo quadro. Una intera sala è dedicata al rapporto degli esseri umani col mare ed è una visione già romantica: l’uomo non è che un misero punto che può essere inghiottito dalla violenza del mare in qualsiasi momento e nei dipinti all’interno di questa sala emerge tutta la tragicità di questa relazione. Eppure la bellezza del colore trionfa su ogni timore.
In un’altra sala ci sono anche opere di John Constable: in particolare mi concentro su un piccolo studio del 1826, “Il mare vicino a Brighton” – qui, diversamente dalle opere di Turner, lo spazio tra terra e cielo non è egualmente distribuito, il mare è decisamente più piccolo e prevale l’elemento aereo prevale. E comprendo distintamente che le nuvole di Constable sono altro rispetto a quelle di Turner: sono solide e reali, autentiche presenze – mentre le nuvole di Turner paiono solo un pretesto alla rivelazione della Luce.
Nella mostra di Roma erano presenti quasi cento opere tra schizzi, studi, acquerelli, disegni e una selezione di olii – ma soltanto qui, alla Tate Britain mi è parso di essere davvero a casa di William, al quale sono dedicate sette sale: nella Clore Gallery sono presentate parte delle opere provenienti dal lascito Turner, che comprende trecento dipinti a olio e migliaia di schizzi e acquerelli, tra cui 300 taccuini. Tale lascito comprende tutti i lavori trovati nel suo studio alla morte nel 1851: è un dono alla città di Londra e all’umanità. Anche se si tratta solo di sette sale e le opere sono inferiori per numero a quelle presenti nella grande personale, ormai mitica Turner: Imagination and Reality, tenutasi nel 1966 al MoMA di New York, sono rimasto a lungo davanti a queste tele assorbito nella contemplazione. In una di esse si trova anche un’opera di Rothko: sembra che in occasione della mostra del 1966 abbia espresso questo commento volutamente ironico e che andrebbe discusso a fondo per capirne il significato: “Quest'uomo Turner, ha imparato molto da me.” – ma adesso questa presenza mi sembra un bel dono, giacché l’artista stesso aveva detto che gli sarebbe piaciuto che un suo quadro potesse avere l’onore di essere esposto accanto a uno di Turner. Una didascalia suggerisce che questa sala ospita lavori incompiuti, così trovati nello studio al momento della morte: eppure, mentre li contemplavo, ho iniziato a dubitare anche di questo. So bene che Turner esponeva nella sua casa e nel suo studio alcuni lavori sperimentali che facevano parte della collezione personale; non li espose mai in pubblico mentre era in vita. Alcuni critici hanno preteso di fare di Turner il progenitore dell'astrazione modernista: per me, invece, a lungo Turner è stato il padre dell’informale.
Poi, come dicevo, un sano dubbio ermeneutico ha iniziato a crescere in me. Come sempre è solo l’interprete a proiettare: proietta i propri vissuti sulla figura dell’analista, in questo modo possiamo crescere e liberarci – ma cosa c’entra William con tutto questo?
Le opere raccolte di proposito in questa sala con la qualifica di incompiute erano davvero tali? Erano quadri ai quali il pittore intendeva un giorno aggiungere dettagli? Erano solo studi preparatori per guidare il suo sviluppo tecnico? Oppure, semplicemente, dimostrano il genuino interesse dell’artista che considera colore e luce già elementi estetici degni di essere trattati come soggetti in sé? E ancora: nella psicoanalisi si parla sovente di analisi interminabile – forse William intuisce che ogni quadro è necessariamente destinato a rimanere incompiuto? Mi ricordo che, una volta, Turner allontanò un critico che aveva commentato in modo arrogante l’aspetto nebbioso di uno dei suoi dipinti con la battuta: “L'indistinto è il mio forte.” Forse l’aspetto quasi amorfo di alcuni suoi dipinti considerati sperimentali è conseguente al suo, a ogni autentico misticismo?
Possiamo ora tornare, insieme al lettore che avrà avuto la pazienza di seguirmi fin qui, alla esposizione Turner & Constable. Rivals & Originals: avevo ovviamente prenotato l’ingresso alla mostra, ma mi sono trovato in una grande confusione – le sale dedicate alla mostra sono troppo piccole rispetto alle persone che entravano e occorreva con pazienza disporsi in modo da vedere frontalmente i quadri. Bisogna riconoscere gli sforzi fatti dai curatori dell’esposizione per riconoscere pari opportunità ai due artisti: Turner giocava in casa e non è stato difficile trasportare opere e quaderni dal Turner Bequest alle sale attuali, più difficile forse ottenere l’accesso ai lasciti di John Sheepshanks e della figlia Isabel Constable presenti al Victoria and Albert Museum, che rappresentano un totale di circa quattrocento pezzi, in gran parte schizzi e disegni. Senza di essi la mostra non sarebbe la stessa. Si è trattato di un lavoro notevole (il catalogo vanta non meno di centottanta quattro schede), che ha riunito opere dalla Tate, da vari musei a Londra e da altre città britanniche con prestiti da collezioni private e dall’estero, quasi esclusivamente dagli Stati Uniti. Pari opportunità asserivo: entrambi gli artisti hanno elevato il paesaggio a genere pittorico monumentale e, se vogliamo parlare della loro eredità, influenzato le generazioni future, inclusi gli impressionisti francesi.
Infine, malgrado la mostra intenda celebrarli come i massimi pittori inglesi del loro tempo (o di ogni tempo? Con buona pace di Bacon) nessuno dei due fu mai nominati sir: Turner, nonostante fosse un membro stimato della Royal Academy, nella quale fu eletto associato a soli ventiquattro anni, l'età minima consentita dal regolamento dell'epoca, mantenne uno stile di vita eccentrico e solitario. A Constable andò ancora peggio: venne eletto a pieno titolo della Royal Academy solo nel 1829, all'età di cinquantadue anni, molto più tardi rispetto al suo rivale; ottenne paradossalmente più onori in Francia, dove il re Carlo X gli conferì una medaglia d'oro nel 1824 per il dipinto Il carro da fieno.
Qui finiscono le analogie. Il catalogo insiste nel sottolineare come Turner dipingesse scene drammatiche, luminose e quasi astratte e Constable ricercasse l'autenticità rurale con atmosfere umide e naturalistiche: applica anche a Turner la categoria di sublime, come nel mio saggio precedente, e a Constable quella di pittoresco, sulla quale invece avrei molto da obbiettare. Piuttosto mi verrebbe da dire che Constable fu un autentico realista e questo lo condusse quasi naturalmente a precorrere l’impressionismo. Ma queste etichette servono agli storici dell’arte e preferirei farne a meno. Se da questa esposizione ho ricavato un insegnamento è che occorre liberare Turner dal peso di essere visto come un precursore, dell’astrattismo oppure della pittura informale, come anch’io ingenuamente avevo creduto, e porlo invece in una categoria tutta sua: sono ormai convinto che William fosse semplicemente un artista unico. È il mio pittore del cuore. Un artista unico: ma unico, in verità, è ogni autentico essere umano.
Finita la visita, come sempre sono solito fare, invece di avviarmi verso l’uscita, ritorno sui miei passi. Ormai l’afflusso di visitatori è terminato, un guardiano, ignaro che sono tornato indietro nel percorso, mi avverte che devo fare in fretta perché la mostra chiuderà fra poco: così posso prendermi il tempo per rivedere ciò che più ha attratto la mia attenzione. Ci sono, sia nei quaderni esposti, sia in tele di piccolo formato, stupendi studi di nuvole eseguiti da Constable, nei quali colore e luce sono colti e studiati con amore. Mi soffermo dunque giustamente su di esse per cercare di concludere il mio discorso sulle nuvole, e mi ricordo di una sua affermazione del 1821: "Dipingere non è altro che un altro modo di dire sentire." Ecco John Constable sente le nuvole, con i suoi occhi e con tutto il suo corpo, si lascia abitare da esse, sono presenze nella sua anima – e proverà a ricrearle in tutta la loro pregnanza sulla carta, sulla tela.
Contemplare le nuvole – dipingere nuvole è ricrearle.
Nell’ultima sala della mostra si trova la tela di Turner Alba al Castello di Norham dipinta nel 1845. Rifletto allora su questo fatto: il castello di Norham, situato sul fiume Tweed al confine tra Inghilterra e Scozia, fu un soggetto ricorrente per l'artista, che lo visitò più volte nel corso della sua vita e lo dipinse in diverse occasioni. Anche se William aveva viaggiato per il mondo quando viaggiare non era agevole, mentre Constable aveva sempre dipinto i medesimi soggetti, l’autentico viaggio, per un pittore, è solo quello che compie dentro il suo dipingere, non tanto ripetendo ma variando, per cercare di cogliere il segreto della raffigurazione. Forse in questa tela Turner era arrivato al termine di quel viaggio – oppure no – la ricerca è per essenza interminabile. A Turner le nuvole interessano perché ci sono, sono elementi presenti nella visione, ci sono esattamente come alberi case colli – ma davanti a questa sublime alba ogni tentazione descrittiva si dissolve, anche le nuvole sono appena tracce di un passaggio nel cielo, esattamente come noi esseri umani siamo solo destinati a passare – e rimane solo l’evidenza della Luce.
Sono le nuvole a dare tutto lo spessore al Cielo.
Sono le nostre parole a dare spessore al Silenzio.
(Sergio Gandini)