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Umadevi: il romanzo

Il romanzo Umadevi di Maciej Bielawski non aveva certo bisogno di ulteriori recensioni. Perché dunque scrivere di Umadevi se già si è scritto e detto tanto?

​Rispondo a questa domanda con un’altra domanda, la cui risposta contiene forse la spiegazione alla prima. Perché ho letto il romanzo di Maciej? Teologo, docente universitario, scrittore, fondatore e presidente di Meditatio, ricercatore spirituale, amico. Perché ero incuriosita dalla storia della Polonia e desideravo intraprendere uno studio su di essa partendo da un altro punto di vista, non da un libro di storia, ma da un romanzo. 
Un romanzo storico, anche se lo stesso Maciej ripete che il suo non è un vero e proprio romanzo storico. Forse non lo è nel senso stretto del termine, nel senso delle categorie usate in letteratura. Quando si parla di romanzo storico di pensa ai Promessi sposi, a Guerra e pace, ad Anna Karenina ecc.  In realtà romanzo storico è anche La casa degli spiriti, attraverso le cui pagine (e di tutti gli altri libri della stessa autrice) ho imparato a conoscere meglio la storia del Cile; oppure Sostiene Pereira, grazie al quale ho esplorato un po' a grandi linee la dittatura salazariana che non ho certo studiato sui banchi di scuola.
Ebbene, che si tratti di un vero e proprio romanzo storico oppure di una narrativa più leggera, fatto sta che, conoscendo un po' la biografia dell’autore, ho pensato fosse interessante imparare la storia di un Paese da qualcuno che la sapeva raccontare perché in parte vissuta in prima persona.

Umadevi non è una biografia, come pure ama ripetere Maciej, in quanto non ha il taglio di una narrazione cronologica incentrata sul personaggio. Di storico però ha le fonti, lo studio approfondito della vita di questa figura femminile del panorama spirituale di inizio ‘900 che ha attraversato culture, religioni, nazioni con passo leggero. Di vero c’è la descrizione del lato molto umano di Wanda Dinowska (1888-1971) che ha vissuto una parabola altalenante prima di approdare alla sua sincretistica pacificazione.

La storia di Wanda Dynowska/ Umadevi / Tenzin Chodon (storia vera, dunque), si intreccia con quella verosimile di Sandro Torelli e della sua famiglia sullo sfondo di vicende vere e cronologicamente collocabili nel contesto storico di un’Europa tra le due guerre mondiali, narrata con tocco preciso e misurato da un docente universitario polacco trapiantato in Italia da tanti anni ed integrato nella città di Verona. L’io narrante, senza nome, ha preso in prestito solo pochi tratti dall’autore; o forse no. E poi c’è l’invenzione pura, l’intreccio delle vite dei personaggi o la creazione dell’archivio teosofico europeo, che in realtà non esiste. Mentre invece torna tra i protagonisti la biblioteca (chi non ricorda Canto di una biblioteca dello stesso Bielawski), luogo fisico in cui Torelli (Maciej) si rifugia, ma anche interlocutore privilegiato senza tempo né spazio.

La tecnica narrativa utilizzata nel romanzo è quella di una finzione letteraria più e più volte ripetuta, quasi un gioco un po' esasperato di scatole cinesi: l’espediente del taccuino, del racconto retrospettivo, della corrispondenza scambiata e dei ricordi rievocati fa sì che l’autore si muova tra passato, passato remoto e presente. Umadevi non è mai presentata in prima persona sebbene sia la protagonista del libro; essa è personaggio raccontato, descritto, (ri)evocato, ricordato da altri. Il che contribuisce ad accrescere la curiosità del lettore che si chiede continuamente se sarà mai vero tutto quello che l’autore racconta di lei. Umadevi incontra personaggi inventati e al tempo stesso personaggi realmente esistiti. Al di là della saga familiare dei Torelli, se si va alla ricerca di nomi, fatti, date si scopre che essi sono in larghissima parte veri: la ricerca e lo studio delle fonti, come del resto confermato da Maciej, è stata accurata. Peccato che il testo manchi di un apparato di note che avrebbero potuto arricchire la parte storica. Così come manca una bibliografia delle fonti analizzate che pure avrebbe potuto costituire un valore aggiunto in un’ottica di sistemazione del materiale su Wanda-Umadevi, oggi oggetto di rinnovato interesse proprio a partire dall’università di Cracovia, dove ella ha studiato.

E la storia della Polonia che volevo scrutare tra le righe del romanzo?

Sicuramente anche in questo mi sento di dire che si avverte lo studio e la conoscenza diretta di fatti e circostanze, soprattutto di quelli che forse non si trovano sui libri e nella divulgazione di massa. Indubbiamente originale aver collocato l’incontro tra Umadevi e Sandro Torelli a ridosso dell’esodo che durante la Seconda guerra mondiale spinse centinaia di polacchi, soprattutto bambini, in India dove trovarono rifugio in comunità in cui la protagonista effettivamente ebbe modo di aleggiare con la sua presenza, portando conforto materiale e spirituale. Il campo di Valivade era il più famoso all’epoca e quello in cui maggiormente i polacchi ebbero modo di riprodurre il loro stile di vita in una terra così lontana dalla loro patria. Il nazionalismo indiano e quello polacco si incontrano grazie alla capacità compassionevole di personalità in grado di fare da ponte tra culture e visioni differenti. Ancora una volta mi sento di dire che, se da un punto di vista letterario non guasta questo sfondo storico appena accennato ma padroneggiato con grande maestria, forse l’edizione poteva essere curata con note storiche che avrebbero consentito una più agevole ricerca a un lettore italiano ignaro di tanti aspetti delle vicende polacche.

La storia di Sandro Torelli, “vel” Michal Mroczkowski, non è poi così inventata. Un polacco che sceglie di mimetizzarsi sotto nome italiano per tentare di dimenticare il suo tragico passato (i gulag, le torture, la deportazione in India); un passato che lo perseguita attraverso le sembianze di un uomo dal ghigno mortale che spunta di tanto in tanto con una matita tra le mani (il suo torturatore sovietico che gli ha infilato la matita nell’orecchio, provocandogli una lesione mai più rimarginata) per ricordargli di non sciupare la tranquillità della sua ricostruita identità. “Lo dico, casomai a lei venisse voglia di raccontare a qualcuno le cose che ha visto e vissuto in quei luoghi bui e freddi. È meglio dimenticare, altrimenti la storia potrebbe tornare a ripetersi. Lei rifletta bene, se vuole tornare in Polonia o magari andare altrove, il mondo è grande. Lo dico per il suo bene, perché le potrebbe succedere qualcosa. Noi siamo ovunque e sappiamo tutto”. E qualcosa di più grave poi di fatto accade a Sandro. “Noi siamo ovunque e sappiamo tutto”. Una raggelante verità (le spie russe in Italia ci sono sempre state!) o una esagerazione letteraria?

In tutto questo, Umadevi appare e riappare tra le pieghe della vita di Sandro e della sua famiglia, nella trama degli eventi di cui ora è depositaria la sua anziana figlia Doria che ripercorre a ritroso la vita del padre attraverso la lettura del taccuino che il professore le legge. E anche lei si stupisce dei “nodi karmici”, gli incontri decisivi per la vita di ciascuno, che hanno condizionato anche la sua, sebbene indirettamente.

La fine di Umadevi rivela uno spessore spirituale che volutamente nel libro rimane in sordina: attivista, ribelle, nazionalista, poetessa poi ricercatrice spirituale, autrice e traduttrice di libri e testi di spiritualità, ponte tra India e Polonia (fonda la biblioteca polacco-indiana), solo alla fine del libro viene presentata nel suo lato mistico, quasi una rivelazione per chi legge per la prima volta di questa donna.

Lei che aveva incontrato la teosofia (amica di Krishnamurti), che aveva abbracciato il messaggio di Ramana Maharshi e poi quello di Gandhi, che aveva accolto l’induismo e il buddhismo tibetano (il Dalai Lama la chiamava mamma), tanto da essere venerata come una santa proprio dal popolo tibetano, è andata a morire in un convento di monache cattoliche a Mysore, dove aveva trovato accoglienza all’inizio degli anni Settanta. “Era entrata dritta e svelta nella cappella, dando a tutti la sensazione che sue debolezze fossero passate in vista di una ripresa. Ma Umadevi si era seduta per terra a gambe incrociate raccogliendosi in preghiera, come era suo costume e durante la cerimonia, senza che gli altri partecipanti se ne rendessero conto, si era spenta”.
Una donna che ha saputo morire.

Alla domanda perché avesse scelto di scrivere un libro su Umadevi, in una delle su interviste Maciej risponde, tra l’altro, che lo aveva colpito la sua morte: “se è stata capace di morire in questo modo, qui c’è qualcosa di interessante”, queste più o meno le parole che ha usato. Mi sono venute in mente le parole che lo stesso Maciej ha adoperato in una sua lectio tenuta qualche tempo fa su “L’idiota” di Dostoevskij: Ippolit (il diciassettenne storpio e malato, cui l’autore mette in bocca la famosa Confessione) è uno che non sa morire perché non ha ancora imparato a vivere.

Forse il messaggio recondito del romanzo, celato sotto la biografia della donna Wanda Dinowska, è l’insegnamento che ha lasciato Umadevi sulla soglia del suo trapasso: imparare a vivere per saper morire.
 
Link utili per approfondire: 
http://www.maciejbielawski.com/umadevi-dynowska.html (qui il docu-film su Umadevi Enlighten Soul: The Three Names of Umadevi, con testimonianza anche di M.B.).
 
Alcune interviste a M.B. su Umadevi:
https://www.fondfranceschi.it/wp-content/uploads/2024/01/Un-solo-viaggio-e-tanti-maestri_la-mia-Umadevi.pdf (intervista al Corriere della sera)
https://www.youtube.com/watch?v=qsgDZwUJEHg&t=17s (intervista di Antonietta Fusco a M.B. per Meditatio)
https://www.youtube.com/watch?v=dHLamn4SJvo
https://www.youtube.com/watch?v=2k8injLGzgY
https://www.youtube.com/watch?v=n-caE5O15Gg
https://www.youtube.com/watch?v=loC7JJU2JaI
https://www.youtube.com/watch?v=n-caE5O15Gg&t=9s
 
Alcune recensioni
https://www.meridiano13.it/umadevi-intellettuale-polacca-in-india/
https://www.criticaletteraria.org/2023/12/bielawski-umadevi-fazi.html
https://www.teosofica.org/it/news/notizie/umadevi-un-romanzo-di-maciej-bielawski,3,2405
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(Annunziata Candida Fusco)
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